Friday, March 6, 2009

Nel Belpaese dei privilegi quell'extra che rende diversi (da "repubblica.it", March 06, 2009)

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Sarà un anno orribile questo, l'ha garantito ieri Giulio Tremonti. La fila dei disoccupati agli angoli delle fabbriche misura oramai esattamente la distanza che separa la moltitudine, di ogni ceto, razza, lingua e religione, dagli eletti. Segno dei tempi è il ragù politico, il piatto di pasta servito alla buvette dei senatori il cui costo - collassato a un euro e cinquanta centesimi per deliberata e generosa scelta del gestore del catering - è stato fatto subito risalire dal presidente del Senato a un euro e ottanta, più in linea e rispettoso dei sentimenti dell'opinione pubblica.

C'è una parola, una sola, che pone alcuni lavori fuori dal comune, li innalza e li tonifica: il privilegio. L'extra che cambia il corso della busta paga, consola la vita anche quando è sul punto di finire. E produce quel miracolo che appunto si definisce privilegio, frutto del diritto che cambia natura.

Tutto ha un prezzo. Il silenzio, per esempio. Stare zitti è una fatica e ha il giusto costo. E morire, oltre al dolore inconsolabile, comporta una serie infinita di pratiche e di cerimonie che vanno obbligatoriamente fatturate. L'Iva, la maledetta Iva.

Il premio alla carriera. Una questione a parte, senza volere entrare nel merito del tema che qui lambisce la terra e il cielo, è il pacchetto dei premi fine vita. Apriamo parentesi. Prima della morte, ma forse più dolorosa di essa, c'è la fine della carriera politica, la fine dei sogni e della gloria. Il politico che lascia ottiene un vitalizio. Lo dice la parola stessa: il vitalizio non è la pensione e quindi lo si può raccogliere, a certe condizioni, anche da giovani. E' qualcosa di diverso e, stando all'etimo, sicuramente di vitale.

Antonio Martusciello a soli 46 anni ha lasciato Montecitorio. Per quattordici anni di fila ha servito le Istituzioni e Forza Italia. Se riscatta quattro anni di contributi può godere di un vitalizio formidabile: 7.958 euro (lordi) mensili. E il 49enne Alfonso Pecoraro Scanio, 16 anni trascorsi a Montecitorio, con un minimo riscatto raggiunge il traguardo degli 8.836 euro (lordi) in tasca, senza temere i nuovi ricalcoli pensionistici, il famigerato scalone, espressione che indica ancora lavoro e ancora per tanti anni per i sessantenni.

Oltre al vitalizio, conquistato calcando la scena, a fine carriera si aggiunge un affidamento in danaro a titolo di "solidarietà" o di "reinserimento sociale". L'assegno è pari all'80 per cento dell'indennità per il numero degli anni in cui ha frequentato il Potere. Ti hanno cacciato dal Parlamento e ora? L'anziano Armando Cossutta ha ottenuto 345.600 euro, per esempio. Il più giovane Clemente Mastella 307.328 euro. Proprio Mastella, causa licenziamento, ha raccolto il dovuto: vitalizio (9600 euro lordi mensili) e assegno di solidarietà. Ma il reinserimento sociale non è riuscito, Clemente ha vagato meno di un anno e sta per tornare nel punto esatto da dove era partito.





L'indennità funeraria.
Trombato e premiato perciò. L'indennità, e qui entriamo in una speciale categoria, accompagna la vita del vivo e permette di dare sollievo ai familiari qualora il de cuius abbia davvero deciso di smettere e per sempre. In Veneto si chiamava indennità funeraria. In Sicilia, forse per non dare nell'occhio, la tipologia si è classificata più proletariamente come "sussidio di lutto". Così, il deputato palermitano Giovanni Ardizzone non ha fatto mistero di aver avuto una qualche perplessità anche di natura scaramantica allorché, nel corso del suo mandato di questore dell'Assemblea siciliana, si è trovato a firmare un paio di provvedimenti che erogavano "sussidi di lutto". E ha scoperto, dopo aver chiesto delucidazioni, che nella ricca e antica collezione di decreti del consiglio di presidenza dell'Ars c'è un atto che concede una somma fino a 5 mila euro per le spese relative a funerali di deputati in carica o cessati dal mandato. Soldi ovviamente destinati alle famiglie del caro onorevole estinto. Se l'è cavata magnificamente Ardizzone: "Cosa dire? Noi parlamentari siamo previdenti: pensiamo al nostro futuro. Anche dopo la morte".

Nel 2007 per i "sussidi di lutto" in Sicilia sono stati spesi 36.151 euro. In Veneto non si sa, ma il presidente del consiglio regionale, il leghista Marino Finozzi, interrogato sul triste tema del trapasso, ebbe come un sobbalzo e sinceramente rispose: "Io penso che un contributo pubblico alle spese di funerale per una persona che ha speso 10, 15 o più anni della vita per servire le istituzioni e i cittadini non sia un grande scandalo".

Tocchiamo ferro e badiamo al presente. È un'ora grave, la recessione economica sta travolgendo consuetudini quasi secolari: il Quirinale ha detto addio a 37 corazzieri (da 260 passeranno a 223) le senatrici hanno visto abolito il loro assegno per il parrucchiere, un bonus mensile di 150 euro. "Sono ancora piccole cose", hanno scritto i senatori questori. Piccole ma che danno il segno di un'era nuova, e dei sacrifici che attendono davvero tutti.

La corsia preferenziale.
Le piccole cose si fanno poi grandi col crescere delle responsabilità. Conoscete un privilegio più tondo ed esibito di una guida contromano? Il comune di Palermo ha deliberato che i politici, di ogni risma e colore, debbano essere agevolati nel loro movimento. Viaggeranno in corsia preferenziale, ridurranno a una legittima concessione contromano l'attesa di far presto e bene. Ogni cosa al suo posto e ogni responsabilità al livello che merita. Il 22 agosto scorso una circolare di palazzo Chigi ha riclassificato le urgenze e le potestà mutando nel profondo le condizioni del passaggio aereo di Stato. Romano Prodi aveva incautamente ristretto il numero dei beneficiati obbligando persino fior fiore di ministri a giustificare la propria richiesta di volare alto e bene. Silvio Berlusconi ha ricondotto la spesa nei suoi limiti fisiologici: qualche milione di euro in più si spenderà, e però vuoi mettere la resa? Efficienza e velocità per tutti. Quindi tutti imbarcati: premier e consiglieri, ministri e viceministri, persino sottosegretari. Quando e come chiedono, facendo attenzione solo alle coincidenze.

Il costo del silenzio. Bisogna capirsi - e una volta per tutte - dove finisce il privilegio e dove inizia il dovere. L'obbligo per esempio di tenere la bocca cucita. Quando i capi dei servizi segreti Emilio Del Mese, Niccolò Pollari e Mario Mori hanno lasciato il comando, l'Espresso - curioso - fece due conti sulla liquidazione straordinaria che avrebbero ricevuto: la fissò in un milione e ottocentomila euro. Tra le tante voci che avrebbero prodotto una pensione da favola (circa 31 mila euro lordi al mese) per una carriera quarantennale davvero straordinaria bisognò tener conto anche del tributo a una vita pericolosa e soprattutto silenziosa. Allo stipendio si aggiunge infatti, per chi opera nei servizi, un'indennità particolare di funzione che, tra gli addetti, viene definita "indennità di silenzio" e quasi raddoppia l'emolumento base. Voce che poi, alla fine della carriera, viene conteggiata per la quiescenza. Silenzio d'oro, compenso perpetuo. Ma è un trattamento riservato unicamente ai capi. I sottoposti, al momento della pensione, non si portano dietro quella ricca indennità.

Questi tempi moderni hanno anche impresso un'autentica accelerazione allo scambio di idee e di proposte. Con internet tutto si è fatto non solo più semplice ma straordinariamente veloce. E sia il Senato che la Camera consegnano a ciascun eletto, ad ogni inizio di legislatura, hardware e software necessari. Il parlamentare riceve il suo computer (che a fine mandato conserverà) in modo che ovunque si trovi, ovunque, sia nella condizione di lavorare. Qualche mese fa la signora Anna, disperata, (tre figli minorenni e senza lavoro) ha scritto una mail a tutti i parlamentari e ha invocato aiuto. Anna non esisteva e la sua disperazione era finta. Era un modo per testare l'apparato tecnologico in dotazione. Dal momento dell'invio al momento della lettura della mail sono trascorse in media due settimane. Il 42 per cento dei senatori aveva però e purtroppo la casella di posta piena. Alla signora Anna hanno alla fine risposto in 26 che, su 994 destinatari, rappresenta il 2,7 per cento. Non male.

Auto blu e super autista. A ciascuno il suo e ad alcuni autisti, per esempio, una retribuzione maiuscola, calcolata sul giusto: il rischio, la velocità, la fatica di guidare anche di notte. Di pochi giorni fa la notizia che la Camera dei deputati ha riconosciuto, dopo una annosa vertenza, il secondo livello retributivo ai suoi autisti. Porterà a 10.164 euro la retribuzione mensile lorda (dopo 35 anni di lavoro) a chi conduce l'auto blu. Più di quattromila euro netti al mese. Tre autisti dell'Atac ci vogliono per farne uno della Camera. Ma il Parlamento è un mondo a parte, non fa testo. Un bravo barbiere, se riesce a imboccare il portone di Montecitorio, supera in progressione e di molto lo stipendio di un magistrato d'appello (fermo a 98mila euro l'anno), e un operaio specializzato (tubista, elettricista) se ha la ventura di lavorare alla Camera è sicuramente nella condizione di raggiungere e superare lo stipendio di un professore universitario, persino di un cattedratico barone. Alla Camera ogni cosa ha costi elevatissimi, e persino le spese minute diventano mostruose: l'anno scorso 650 mila euro sono volati via proprio per la minutaglia, le spese vagabonde. Ma lì anche gli appendiabiti e chissà quale altro accessorio dei guardaroba (giacché le guardarobiere sono pagate a parte) sono valsi nell'ultimo bilancio un accantonamento monstre: 205 mila euro. Disse Goffredo Bettini, al momento di metter piede a Montecitorio: "Mio padre mi ha lasciato ricco. Sono diventato assai meno ricco quando per anni, come segretario del Pci di Roma non ho preso lo stipendio. Tuttavia il mio partito mi ha restituito i privilegi eleggendomi prima alla Regione e poi in Parlamento". Privilegiato, esatto. Tra le cento carezze parlamentari anche una voce destinata alla lingua, a parlar bene e a farsi intendere meglio. Per la formazione linguistica ai deputati investiti nel 2008 900mila euro. In Parlamento si parla, nevvero?

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Sunday, February 1, 2009

Le battute di Silvio: scemenze o buon umore? (da "espresso.repubblica.it", February 01, 2009)

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L'ultima è quella sui soldati da affiancare alle belle ragazze. Ma in questi anni Berlusconi ha scherzato su tutto: dall'Obama "abbronzato" alle corna del vertice Ue, dai consigli alle precarie ("Sposate un miliardario") fino al "cucù" fatto alla Merkel. Ogni volta suscita reazioni sdegnate, e ogni volta lui protesta che non si può scherzare. Voi che ne pensate?



L'ultima battuta è quella sui soldati da affiancare alle belle ragazze per prevenire gli stupri. Ma da quando è entrato in politica, Silvio Berlusconi ha confezionato decine di dichiarazioni "scherzose" che spesso sono state considerate di cattivo gusto, o quanto meno improprie per un presidente del consiglio. Il suo consiglio alle precarie («Sposate un miliardario, tipo mio figlio») non è piaciuto a molte donne che non riescono a trovare un lavoro fisso. La barzelletta sull'Aids (quella del malato che si fa le sabbiature per abituarsi a stare sotto terra) ha urtato la sensibilità di molti sieropositivi. Quando ha mimato il gesto del mitra puntato su una cronista russa che aveva criticato Putin, è sembrato scordare che in Russia diversi giornalisti d'opposizione sono stati davvero uccisi. L'Obama "abbronzato", così come il "Cucù" alla Merkel o le corna al vertice Ue, hanno fatto sfiorare l'incidente diplomatico.

E così via. Ogni volta che il premier se ne esce con queste sue modalità "scherzose", si ripete lo stesso copione e a quanti si arrabbiano lo stesso Berlusconi o i suoi uomini replicano che la sinistra italiana è tetra, bacchettona, priva di umorismo e di gioia di vivere. Certo è che lo "spirito" di Berlusconi, piaccia o no, è una componente caratteriale dell'uomo ed è stato un elemento non secondario del suo successo in termini di comunicazione e "marketing politico". Ma è giusto che un premier la butti sempre in battuta? E' indice di grave superficialità e di una subcultura da Bagaglino o - al contrario - è un buon modo per sdrammatizzare le questioni più gravi dell'Italia e del mondo?




Per visualizzare l'articolo ed i commenti che ha suscitato, cliccare sul link seguente:

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Le-battute-di-Silvio:-scemenze-o-buon-umore/2059607&ref=hpstr2


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Monday, December 15, 2008

Programmazione emozionale (da "Casaizzo.com", November 30, 2008)

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Non so di preciso quale collaboratore di Nanni Moretti abbia curato la programmazione del TFF. Una cosa però è certa. Il tizio va santificato. Subito. Non ha nulla di umano la perfezione con la quale stamattina ha infilato all’Ambrosio una doppietta di pellicole che mi hanno colpito al cuore.

Ma andiamo con ordine. I due film in questione erano Mein Freund Aus Faro (in concorso) e Låt den Rätte Komma In (fuori concorso). Parole chiave: pubertà e lesbismo nel primo caso, pubertà e vampirismo nel secondo. Ora, essendo io un grande fan del vampirismo, del lesbismo, e soprattutto della pubertà, non potevo mancare all’appuntamento.

In due parole, Mein Freund Aus Faro è un film tedesco a tematica glbt che riesce a non cadere né nel cliché del film gay né nella tristezza del “film tedesco”. Guarda con un occhio a Boys Don’t Cry ma non esagera col mélo, mettendo in scena una storia d’amore pura e totalizzante vissuta attraverso gli occhi e il corpo di una giovane donna androgina che - innamoratasi di una ragazza conosciuta per caso - si finge maschio e per di più portoghese. Ciò che rende tutto credibile è la protagonista, che tiene sulle spalle (larghe) l’ossatura del film. E poi il ritmo, la leggerezza, la sincerità. L’impossibilità dei sentimenti.

Riguardo a Låt den Rätte Komma In, posso solo dire che raramente mi capita di vedere al cinema un film che mi coinvolge emotivamente così tanto. La storia è di per sé intrigante. Dodicenne svedese sfigato e molestato dai compagni incontra dodicenne attraente e carismatica. Peccato che lei è una vampira. Tra omicidi efferati, atmosfere lugubri (siamo nella suburra svedese anni ‘80, mica cazzi) e dettagli splatter ma non troppo si sviluppa una storia d’amore sghemba, impossibile e struggente. Di più non dico, perché il film è veramente sorprendente. Uscirà in Italia a gennaio col titolo “Lasciami entrare”, ma suggerirei di vederlo in originale (si scarica facilmente l’edizione sottotitolata inglese cercando “Let the right one in”) prima che il doppiaggio e la promozione post-Twilight lo massacrino. Sappiate anche che stanno già preparando il remake made in USA, ma non riusciranno mai a cogliere la stessa atmosfera, soprattutto per quanto riguarda la recitazione perfetta dei due giovani protagonisti.

E veniamo al motivo profondo del coinvolgimento. La pubertà. Ho già scritto qui, forse, che tutto quanto segna in profondità la vita di una persona avviene tra l’undicesimo e il tredicesimo anno di età. Quando ho compiuto trentasei anni, per me era “tre volte dodici”. Perché penso che le cose significative, nella vita di un uomo, avvengano ogni dodici anni. E se penso alla mia vita, per quanto debba ammettere che in fatto di esperienze e relazioni gli anni più belli siano stati tra i diciannove e i ventinove, sul piano della vita emozionale il meglio è stato tra gli undici e i quindici anni.

A dodici anni la vita è pigra, bellissima e crudele. A dodici anni il sesso è una scoperta che attrae e spaventa. A dodici anni l’amore è perfetto, senza limiti e senza compromessi. Le sensazioni che provi quando ti innamori a dodici anni non si ripetono mai più nella vita: a quindici sei già proiettato verso la penetrazione, a venti verso il sesso seriale e a venticinque, se tutto va bene, a costruire qualcosa in comune con un partner.

Oggi è normale pensare che tutto cambia
, che il mutamento è il senso della vita, che le persone così come le storie d’amore funzionano perché cambiano e si evolvono continuamente. Ma a dodici anni tutto è immobile e perfetto. Si può sperare che nulla cambi, e che “per sempre” voglia dire “per sempre così”: non crescere mai, non crescere più.

Film come quelli visti oggi riguardano le emozioni dei dodici anni. Emozioni fortissime, che ti segnano per il resto della vita, che - se riproposte - soffiano via le sovrastrutture della cosiddetta maturità e ti fanno ritrovare la parte più profonda di te. “Ma è solo un thriller/ un horror / un mélo” diranno i miei giovani lettori. Non è così. Sono film - rari - che rimangono negli occhi e nel cuore per diverse ore dopo la visione, come i sogni più vividi, quelli che non si sfilacciano al mattino.

E questo è il Cinema. Come dovrebbe essere.

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Monday, December 8, 2008

Lo smog minaccia la virilità. Adesso il potere è femmina (da "Repubblica.it", December 08, 2008)

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Ciao maschio, stai diventando una maschia. Non è una battuta di spirito. È la conclusione del più ampio studio mai condotto sul cambiamento di genere sessuale, da cui risulta che l'esposizione a una serie di agenti chimici ha "femminizzato" gli esemplari maschili di ogni classe di vertebrati, dai pesci ai mammiferi, compreso l'uomo.

Gli studiosi hanno compilato un elenco di daini senza testicoli, pesci maschi che ovulano, orsi ermafroditi, alligatori con il pene sempre più piccolo, orche e balene a corto di spermatozoi. La ricerca afferma che il fenomeno minaccia di mutare precipitosamente il corso dell'evoluzione, rischia di provocare la scomparsa di numerose specie animali e fa suonare un campanello d'allarme anche per gli esseri umani.

"Se vediamo problemi di questo tipo negli animali selvatici, dobbiamo preoccuparci seriamente che qualcosa di simile stia accadendo a una rilevante proporzione di uomini", dice il professor Lou Gillette della Florida University, uno degli scienziati coinvolti nello studio.

Commissionato dalla ChemTrust, un'associazione britannica che si batte per denunciare gli effetti nefasti dell'inquinamento chimico, e anticipato ieri dal quotidiano Independent di Londra, il rapporto riunisce i risultati di oltre 250 studi accademici sull'argomento condotti in tutto il mondo. Si concentra principalmente sugli animali che vivono in libertà, ma cita anche casi specifici riguardanti l'uomo, come una ricerca della University of Rochester che ha dimostrato come i bambini nati da madri con un aumentato livello di ftalato, un acido chimico, hanno maggiori probabilità di avere il pene più piccolo e i testicoli che non scendono.

Altre ricerche di questo tipo hanno evidenziato che i maschi di madri esposte a certi agenti chimici crescono col desiderio di giocare con le bambole e col servizio da tè invece che con giocattoli "maschili". Inoltre varie comunità inquinate con fattori chimici ritenuti fonte di cambiamento di genere sessuale, in Canada, in Russia e in Italia, hanno dato nascita a un numero di femmine doppio della norma. Per tacere del fatto che il numero di spermatozoi sta scendendo su tutta la linea. "Sommando tutti questi dati", commenta il professor Nil Basu della Michigan University, "abbiamo prove piuttosto evidenti degli effetti che esistono anche sull'uomo".

Ma i dati sugli animali sono ancora più impressionanti. Il rapporto parla di coccodrilli maschi, esposti a pesticidi nelle paludi delle Everglades in Florida, con un minore livello di testosterone, un maggiore livello di estrogeni, anomalie nei testicoli, pene più corto del normale e problemi di riproduzione. Parla di maschi di tartaruga nella regione dei Grandi Laghi con caratteristiche genitali femminili. Rivela che a due terzi dei daini dell'Alaska non scendono i testicoli, che al Polo sono stati trovati orsi ermafroditi, e quelli che restano maschi hanno uno sperma ridotto e il pene più piccolo. Metà dei pesci di sesso maschile nei fiumi britannici hanno un'ovulazione nei testicoli.

Per tutto questo, il rapporto accusa più di 100 mila agenti chimici, presenti nel cibo, nei prodotti elettronici, nei cosmetici, nei pesticidi, che "indeboliscono" il genere maschile, femminizzandolo.


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Tuesday, November 25, 2008

La prima legge sul clima: ecco perché abbiamo fretta (da "Repubblica.it", November 25, 2008)

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Sappiamo di dover agire sui cambiamenti climatici, ma come? Con il chiarirsi delle informazioni scientifiche, mentre assistiamo agli effetti dei cambiamenti non nel futuro, ma proprio qui e ora, con le emissioni mondiali in continua crescita, i paesi del mondo sono alla ricerca di nuove strategie. Ognuno di noi può imparare dagli altri.

Nel Regno Unito ci siamo impegnati a costruire di un futuro a basso tenore di carbonio. Una legge sui Cambiamenti Climatici, la prima nel suo genere, significa che le emissioni di gas serra devono essere ridotte per legge dell'80% entro la metà di questo secolo.

L'impegno riconosce la necessità immediata di un'azione per affrontare un cambiamento di questa portata. Quindi, avviandoci verso il 2050, ci saranno "budget del carbonio" per ogni quinquennio che, come la scadenza del 2050, saranno vincolanti per legge.

C'è chi ha già obiettato che, in tempi duri per l'economia, dovremmo fare marcia indietro sui nostri obiettivi in fatto di cambiamenti climatici. In realtà, pur se sono naturalmente possibili dei compromessi, esistono anche soluzioni comuni ad entrambi i problemi: misure di risparmio energetico per le famiglie che riducono consumi ed emissioni, nonché investimenti in nuove industrie ambientali che migliorano la sicurezza energetica mentre riducono la nostra dipendenza dai combustibili inquinanti.

D'altra parte, un ritardo in questa direzione non farebbe che rendere più costoso intervenire e, nel lungo periodo, sappiamo che i costi dell'inazione sui cambiamenti climatici superano i costi dell'azione.

Dato che continueranno sempre a gravare pressioni urgenti sui politici del momento, nella legge adottata nel Regno Unito è stato inserito lo specifico impegno a farsi guidare dalle situazioni reali. Una Commissione indipendente sui cambiamenti Climatici ci ha consigliato l'obiettivo dell'80% in base agli ultimi dati scientifici, ai rapporti ONU ed alle consultazioni con esperti nazionali. Continuerà ad offrire la propria consulenza su ciascun budget del carbonio negli anni che ci dividono dal 2050, e farà ciò pubblicamente, in modo che i futuri governi saranno tenuti a spiegare le ragioni di un'eventuale mancata applicazione delle raccomandazioni.

Siamo orgogliosi della nostra legge sui Cambiamenti Climatici. Stiamo esaminando in che modo il Regno Unito possa fare la sua parte "in casa". Siamo inoltre pienamente coinvolti nel più ampio ed ambizioso sforzo europeo. Diamo il nostro deciso sostegno all'obiettivo della Presidenza francese di concludere un accordo definitivo sul pacchetto Clima ed Energia del 2020 nel mese di dicembre. Attuando gli impegni politici assunti dagli Stati Membri nel 2007, l'Europa deve dimostrare una forte leadership mentre i negoziati internazionali sul clima entrano in una fase cruciale.

Sappiamo però che i governi da soli non sono in grado di operare questo cambiamento. Per le aziende, la riduzione delle emissioni di carbonio deve diventare una parte necessaria della propria attività. Riferire sul proprio impatto legato al carbonio è un inizio e, per le grandi società, prevediamo di renderlo obbligatorio dal 2012 con sollecitazioni continue a migliorare progressivamente la propria performance energetica e ambientale. Per le collettività, i gruppi confessionali ed i gruppi ambientalisti, rimane necessario premere in direzione del cambiamento.

Sappiamo inoltre che, anche se la determinazione nei confronti del cambiamento deve nascere a livello nazionale, essa non si può esaurire in tale ambito: abbiamo bisogno di un accordo mondiale.

Il mondo si riunisce il prossimo mese in Polonia e il prossimo anno in Danimarca. Il cammino di avvicinamento a Copenhagen passa per il mandato italiano di presidenza del G8, per cui nel prossimo futuro sarà particolarmente importante il ruolo dell'Italia sul dossier clima.

Con paesi che condividono idee ed ispirazioni, con governi e collettività che si stimolano a vicenda, sono convinto che potremo arrivare ad un accordo nel 2009 e che potremo porre le basi necessarie per creare un mondo a basso tenore di carbonio.


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Monday, November 24, 2008

Sark, l'ultimo bastione feudale costretto a scoprire la democrazia (da "Repubblica.it", November 24, 2008)

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Sark, l'ultimo bastione feudale costretto a scoprire la democrazia


E' in GB, nel canale della Manica, la piccola isola assegnata nel 1600 ad un signorotto locale. Che deve accettare le elezioni

I candidati sono due: l'attuale padrone Micheal Beaumont e i fratelli David e Frederick Barclay, multimiliardari residenti


E' l'ultimo bastione del feudalesimo al mondo, e sta per cadere, abbattuto dalla democrazia, anche se a dargli la spallata decisiva saranno due fratelli miliardari. Per chi cerca prove dell'eccentricità degli inglesi, in effetti, non c'è molto di meglio dell'isola di Sark, quaranta case su una zolla di terra verde, a qualche decina di chilometri dalla costa della Gran Bretagna, nel canale della Manica.

Nel sedicesimo secolo la regina Elisabetta I fece di Sark un feudo, assegnandolo perpetuamente a Helier de Carteret, il signorotto locale. Il quale, in cambio, doveva soltanto garantire a Sua Maestà di avere un certo numero di "uomini in armi" per proteggere l'isolotto, considerato un avamposto di importanza strategica, nel caso in cui alla Francia o a qualcun altro venisse in mente di appropriarsene.

Da allora le leggi che regolamentano il potere a Sark hanno subito varie modifiche, ma la sostanza è rimasta immutata per 450 anni: tutto l'autorità è nelle mani del "Seigneur", del Signore locale, che oggi risponde al nome di Michael Beaumont, 81 anni.

Nessuno si aspetta più che mantenga "uomini in armi", tuttavia ogni abitante dell'isola ha il diritto (o dovere) di tenere un moschetto in casa, per ogni evenienza. Altre particolarità del posto: auto e camion non possono circolare. Non ci sono lampioni nelle strade.

Non c'è un aeroporto, e nemmeno un porto in grado di far attraccare qualcosa di più di una barca a remi o di un motoscafo, per cui chi vuole raggiungere Sark deve volare o prendere un ferry fino a Jersey, un'altra isola della Manica, e poi trovare qualche marinaio che lo conduca a destinazione. Il Signore continua a pagare una tassa alla regina, "un ventesimo della paga di un cavaliere", calcolato in una sterlina e 79 pence all'anno in denaro odierno, e Sark continua a essere sua.

O meglio continuava. Perché mentre la casa reale e il parlamento di Westminster non ponevano obiezioni, il parlamento europeo ci ha messo lo zampino, osservando che il modo di amministrare il potere nell'isola rappresenta una chiara violazione dei diritti umani. Sono seguiti alcuni anni di battaglie legali a colpi di decreti e ingiunzioni, e alla fine l'Europa ha avuto ciò che voleva: un'elezione, che si terrà all'inizio di dicembre tra i circa 600 abitanti di Sark, per portare finalmente la democrazia in questo dimenticato feudo dell'ex-Impero britannico, con la creazione di un parlamento e di un governo.

Sembrerebbe un'evoluzione normale, e una buona notizia, senonché ad affrontarsi nella tenzone elettorale ci sono da un lato il partito legato al Signore locale, Micheal Beaumont, che gattopardescamente spera di "cambiare tutto per non cambiare niente", ovvero mantenere il potere sotto nuove spoglie; e dall'altro un partito finanziato dai due più illustri residenti dell'isola, i fratelli David e Frederick Barclays, ultramiliardari, proprietari (tra molte altre cose) del quotidiano Daily Telegraph e dell'Hotel Ritz di Londra.

I fratelli Barclays, che normalmente detestano la pubblicità, e che hanno posto la propria residenza ufficiale a Sark per stare lontano dalle luci della ribalta (oltre che, probabilmente, per benefici fiscali), in questo caso si sono impegnati a finanziare candidati e a lanciare un ambizioso programma: da mesi comprano case e alberghi dell'isola, rifanno le strade, promettono soldi a destra e a manca, con l'obiettivo di aprire Sark al turismo, al business, insomma al ventunesimo secolo.

I fedelissimi del Signorotto dicono che, in questo modo, il carattere speciale dell'isola sarà cambiato per sempre. I sostenitori dei fratelli Barclays rispondono che il Signorotto li critica solo perché preferirebbe conservare il suo potere di monarca assoluto. Tra poche settimane sapremo chi l'ha avuta vinta. E scorpriremo se l'ultimo feudo del mondo è davvero caduto sotto i colpi della democrazia.


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Sunday, November 23, 2008

God wants you to have sex (da "Globeandmail.com", November 22, 2008)



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Section L Front



Long workdays have left them fatigued, years of raising children have snuffed their romantic fires, and the economy has them so stressed their libidos are tanking right along with it.

What's a good Christian couple to do?

Have sex - and do it daily, says Pastor Ed Young, 47, who is encouraging married couples in his Texas congregation to have sex every day for a week.

"God is pro-sex. He thought it up, it was his idea and he wants those of us who have said I do, to do it," he told his 20,000-member congregation last Sunday, the first day of the Seven Days of Sex challenge at Fellowship Church in Grapevine, Tex., a suburb of Dallas.

"I think the church has allowed our culture to hijack sex from us and we've not spoken boldly, honestly and openly about it," he preached in front of a luxe double bed draped in black-and-white linens.

The talk was the climax of a series of sermons called Leaving Lust Vegas, which he says geared 5,000 couples up for a challenge that would light a fire in them to serve not only one another but God, too.

"Sex is not a fix-all," Mr. Young said Monday. "The beauty of this sexperiment is what's going to happen around the bedroom. It'll get stuff on the table that couples need to talk about - you can hide your anger, but if you're having sex regularly, it forces you to deal with these issues."

The singles in the congregation were encouraged to eat chocolate and pray for their future soulmate, he said.

By Monday evening, Mr. Young, who has been married for 26 years and has four children, says he received texts, e-mails and calls from couples who said they were already seeing improvements in their married lives.

"When you have sex, it forces you to be intimate. You're forced to deal with issues because you're so close physically," he said. "You show me someone's sex life and I'll tell you how the rest of the marriage is going."

But sex counsellors argue it's not that cut and dry.

"I think people need a lot more help to build really meaningful intimacy in their lives than just being told to have sex more often," says Meg Hickling, who has worked with faith communities in her 35 years as a sex educator in Vancouver.

While some religious communities across Canada are warming to the idea of talking about sex, many are conflicted about Mr. Young's message.

"I think it's rather unfortunate that Pastor Young has encouraged his congregants to have sex seven days in a row," says John-Henry Westen, the Ottawa-based editor of LifeSiteNews.com, a conservative Christian, anti-abortion news website. "I think sex is the most intimate expression of love between a husband and wife, and it can't be experimented with, morally at least."

Others don't agree with the theatrics used to present the controversial topic, mainly because there's no chance for dialogue when a sex talk is delivered from the pulpit.

"I'm not sure public worship is the place to do that," says Rev. Trisha Elliott, a United Church minister south of Ottawa. "I would be more inclined to talk about that on an invitational level in a discussion group."

Mr. Young seems to be reducing sexuality just to sexual activity, she says, making the message come off as narrow-minded.

Christian marriage counsellors are also concerned with Mr. Young's suggestion that daily sex is a way to discover and dig up marital issues.

"I think the couples who are reluctant to seek help or maybe have some reasons why seeking help is untenable for them, it might cause more problems," says Gerry Goertzen, founder of Riverbend Counselling, a Christian marriage counselling practice in Winnipeg.

"I think the church does need to address this, but I think it also needs to take a very pragmatic approach by addressing the fact that sex can be a very difficult or sadly a hurtful and painful place for some people to go to."

Mr. Young also didn't address sexually transmitted infections and diseases in his prechallenge pep talk - a glaring omission, Ms. Hickling says.

"Within conservative marriages, there's just a colossal assumption that people are faithful. And, of course, it's just not true at all," she says. "People are having sex outside the marriage and because they feel so guilty about it they're not going to doctors and being tested."

She fears women in the congregation who hear this message from Mr. Young will feel pressure to take on the challenge with their husbands, even if they would rather not.

But those taking on the challenge say daily sex has breathed new life into their marriages.

Kimberly and Henry Alayon of Flower Mound, Tex., say their family life has improved since they started making love every day.

"When I got home [Tuesday night], the dishwasher was empty, the house was all picked up," said Ms. Alayon, 45. She and her husband, 50, are having as much sex as when they were newlyweds 19 years ago. They will probably do it more than once on Friday when they both have a day off work, she coyly added.

This Sunday, Mr. Young will have one last chat with his church members about sex, a roundup to the week of love-making. As a next step, he will suggest that couples revisit how often they had sex before the challenge and seek to double it.

And is it possible Fellowship Church will be reminded of the sex marathon nine months from now?

"Maybe we'll have a baby boom," Mr. Young laughed.


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Tuesday, November 18, 2008

Mille testimoni scomodi (da "Espresso.it", November 17, 2008)

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Da due giorni, a fasi alterne, mi perdo a leggere le storie di cervelli in fuga raccontate su Repubblica.it. Ormai hanno superato il migliaio, e a ogni racconto che si aggiunge crescono i tormenti, la rabbia, l’incredulità. Non riesco a credere che questo paese – specialmente negli ultimi vent’anni, ma in realtà per tutta la storia repubblicana – abbia avuto una classe dirigente, dai politici agli imprenditori, che ha fatto tutto il possibile per ipotecare il futuro.
Giovani con un dottorato in tasca che da noi non riescono a trovare uno sbocco né in università né presso i privati, che di un dottore non sanno bene che farsene. Qualcuno si ostina a sperare, e fino a quarant’anni “tira la carretta” al suo mentore, di solito un professore ordinario non lontano dalla settantina, guadagnando poco più di mille euro al mese. Mentre il suo compagno di corso, ugualmente brillante, decide di provare l’avventura all’estero. E a quarant’anni si trova in cattedra – in Germania, in Olanda, in Francia, negli Stati Uniti – perché ha avuto i fondi per fare ricerca d’avanguardia, perché ha potuto lavorare, pubblicare, darsi da fare. Perché se qualcuno non lo avesse capito questi giovani stanno cercando un’opportunità per lavorare, non per girarsi i pollici…
Sono tante le cose che ti frullano in mente davanti a tante testimonianze. La prima è che stiamo assistendo a un flusso migratorio imbarazzante per un paese che si vanta di essere nel G8: all’inizio del Novecento, l’italiano che emigrava era quello con le scarpe bucate e la scatola di cartone; oggi sono i dottori di ricerca, gli ingegneri, i fisici, i matematici. In cambio importiamo – e continueremo a farlo, checché lo vogliano i leghisti – badanti, ambulanti e manodopera non qualificata.
Il secondo pensierino è puramente contabile: dato che uno studente, dall’asilo alla laurea, ci costa da 200.000 a 250.000 euro – li costa allo Stato – a occhio e croce solo con questi mille abbiamo regalato ad altri almeno 200 milioni di euro. E non mi sembra che questo paese sia così in salute, sotto il profilo economico-finanziario, da poter permettere omaggi così onerosi.
Poi penso che in altri paesi continua a esserci un’altissima considerazione del lavoro degli scienziati, o meglio degli studiosi in genere. Da noi, invece, sono considerati quasi un fardello. C’è chi invoca di mandarli a lavorare, chi pensa “poveretti”. E mentre i vertici si riempiono la bocca di formule ambiziose come “innovazione” e “società della conoscenza”, la realtà ci vede correre incontro al passato a una velocità sconfortante.
Questa mattina, uscendo di casa, ho trovato una lussuosissima macchina nera parcheggiata in doppia fila accanto alla mia. Full optional, 3500 cc di cilindrata. Mentre cercavo il proprietario per chiedergli di spostarla, dal negozio di fianco è uscito il macellaio sfilandosi di corsa il camice bianco e aprendo le portiere luccicanti con il telecomando. Con tutto il rispetto per un lavoro fatto di sudore e sacrifici, non riesco a fare a meno di pensare che un professore associato in Italia guadagna 1900 euro al mese dopo quattro anni di anzianità. Di solito a questo livello di carriera ci si arriva a cinquant’anni, o giù di lì, e in Università ci si va con una Panda vecchia di dodici anni. Chissà, mi sono detto, magari il figlio del macellaio studierà e, ragazzo brillante e di talento, proverà una carriera universitaria. Per trovarsi, a quarant’anni, a dover fare affidamento sui risparmi del padre – orgoglioso di quel figlio scienziato come mio padre operaio lo era di me – per sbarcare il lunario.
E questo è l’ultimo pensierino della giornata: un paese in cui l’istruzione non è più un mezzo di promozione sociale è un paese condannato al declino.

www.cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/11/18/mille-testimoni-scomodi

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Wednesday, November 5, 2008

La rivincita dell'intelligenza (da "Repubblica.it", November 05, 2008)

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Confesso qualche commozione molto poco professionale, e molto diversa dal cinismo che a volte noi giornalisti affettiamo, nell'ascoltare la network Fox, quella che disperatamente e sfacciatamente ha fatto campagna di calunnie e di montature contro Obama "il terrorista, marxista, mussulmano, radicale" e che mi sono crudelmente goduto per ore nel suo calvario, ha annunciato alle 23 di ieri che l'America avrebbe avuto, per la prima volta nella propria storia, un Presidente di etnia mista africana ed europea.

Nella sua vittoria, e nella insurrezione nazionale e pacifica contro gli otto anni del peggior governo repubblicano che l'America avesse conosciuto dal quadriennio di Herbert Hoover, il padre della Grande Depressione, c'è il riscatto non della sinistra contro la destra, non dei "migliori" contro i "peggiori", perché in democrazia non ci sono "superiori" e "inferiori" e il voto del Rettore Magnifico conta quanto quello del fattorino che gli porta il caffè.

Il successo di Barack Hussein Obama è anche qualcosa di più importante dell'ormai inevitabile riconoscimento che nel club più esclusivo del mondo, quello che ha visto ammessi soltanto 41 uomini bianchi (per 43 presidenze) in duecento vent'anni non potevano non entrare cittadini con volti, e domani con sesso, diversi e più simili al volto dell'America, è la rivincita dell'intelligenza e della preparazione sul mito dell'"uomo qualunque" e della banalizzazione delle istituzioni.

Non sappiamo, e nessuno lo può dire, se Barack Hussein Obama sarà un buon presidente, se riacciufferà l'economia americana dall'abisso nel quale sta precipitando e dove trascinerebbe anche noi (la produzione industriale americana in ottobre è diminuita del 26%, un quarto, questo per coloro che ci ripetevano che la crisi della finanza non era la crisi dell'economia reale), se ritesserà la maglia di amicizia e di stima internazionale che Bush ha lacerato nonostante la piaggeria degli inutili cortigiani alla Berlusconi, se sarà una delusione come Carter o un successo come il vecchio, prudente Bush.

Ma sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità.




Molto abbiamo detto, scritto e ascoltato, da mesi ormai, sulla straordinaria novità di un presidente afro americano, insieme bianco (la parte di lui che sempre si dimentica) e nero, ed è ovvia la lezione - anzi, la sberla - che la democrazia americana ha dato ai miserabili sfruttatori delle paure razziali e del provincialismo identitario che oggi purtroppo spadroneggiano in Europa. O che fecero dire in un telegiornale de La7 al Presidente della Camera italiana, onorevole Gianfranco Fini, che l'America non avrebbe mai eletto "un nero". Ma la promessa di Obama è più della etnia, della storia personale, della capacità di superare l'handicap di un nome tremendo come Hussein, è la stessa che fece di Kennedy l'uomo che fermò il mondo a un passo dall'olocausto nucleare leggendo e rileggendo "I cannoni d'Agosto" il libro di una storica americana, Barbara Tuchman, che raccontava come la guerra sia la marcia della follia verso il disastro. E rispondendo di no ai generali che raccomandavano l'invasione dell'isola.

L'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi si Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi. La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline.
God bless America. Sia benedetta l'America che ha ritrovato la forza per credere nella democrazia e la persona per raccogliere in maniera civile e intelligente l'onda dell'antipolitica che anche qui si era alzata.

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Monday, October 27, 2008

Glimmers of Hope in Cite Soleil (da "washingtonpost.com", February 02, 2006)

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Cite Soleil has long been a poster child for the poorest of the poor. It is a slum of Haiti, one of the poorest countries in Western Hemisphere. But in the last few years, it has been changing its image. This slum on the edge of Port-au-Prince is also becoming one of the most dangerous poor places in the Western Hemisphere.

In the last few months kidnappings, shootings and robbery have led people to refer to it as a cross between Baghdad and Mogadishu. Every few blocks is controlled by different gang leaders; the number of gangs is said to exceed 32. Stuck in the middle of the slum are United Nations forces, Jordanians who would rather be in places like Ethiopia. When two Jordanian soldiers were killed last week, their mothers in Jordan began to ask: Why are our sons in Haiti?

The answer is simple. Haiti is in desperate need of help -- help from an international community that has deserted the country's citizens time and time again.

As you walk through a section of Cite Soleil under the watchful eye of local gang leader Tin Blanc (Little White Man), he attempts to show how he and his colleagues are forced to fight in order to improve their living conditions.

Stepping over garbage -- through a type of mud that perhaps began as clean water but now seems to be a type of sewage cement -- it's obvious that the infrastructure here has seen better days.

One of the more amazing sights is the children in their school uniforms. In a place where there is more dirt than pavement, the school uniforms remain immaculate. Pressed and cleaned, the children make their way through daily obstacles to school.



"Election officials have said Cite Soleil is too dangerous to put polling stations there".


It's said that the slum's population has begun to leave due to the violence. And it seems true that streets once packed from side to side and top to bottom now have more breathing room. But as you look down an alley and pass through grated metal, your shoulders scraping the wall, you find yourself in someone's courtyard with very little room to breathe, let alone live.

Stepping over roaming pigs and glimpsing into one-room homes, it becomes evident that life here is a struggle. Tin Blanc speaks of fighting as a pacifist for change. He has hope that his candidate and the candidate of the people, René Préval, will turn things around for the better. These words have been spoken before of populist priest Jean-Bertrande Aristide, who was overthrown two years ago amid a loss of support from his base and a strengthening of his enemies. Cite Soleil was one of his strongholds -- when he left, some of its inhabitants' dreams and hopes left with him.

The people here constantly sing songs that reflect both eternal optimism and an ever-present idea of defeat. They have little to look forward to. But the streets of Cite Soleil became a little brighter as people demonstrated for their man, René Préval. As marchers passed the bunkered and sandbagged Jordanian base, the energy rose ever higher. First one, then a few others dared to approach the tank-like APCs of the U.N. soldiers. The people vented their anger toward the U.N. for everything they thought was wrong.



Haitians demonstrate against U.N. forces and in support of presidential candidate René Préval.


As hundreds danced in the streets singing songs for Préval and waving flags, there was one person missing -- the candidate. He was represented on flags and T-shirts, but had no intention of coming into the city. In fact, he has not campaigned here at all. People speculate that either he knows he has all their votes, or that it is simply too dangerous to venture there, even to meet his supporters.



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A true story of violence and power in Haiti: Cité-Soleil (da "boston.com", October 27, 2008)

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The Cité-Soleil shantytown in Port-au-Prince has been the scene of deadly clashes between armed groups and UN forces. Local people live in abject poverty against a backdrop of violence, without even basic services to make their lives more bearable.

Situated on the outskirts of the capital, Port-au-Prince, Cité-Soleil is home to 200,000 to 300,000 people, the great majority of whom live in extreme poverty. Since 2004 it has been the scene of periodic clashes between the United Nations Stabilization Mission in Haiti (MINUSTAH) and armed groups entrenched in the shantytown.

In 2004, Haiti's president, Jean-Bertrand Aristide, and his Lavalas political party were under siege from anti-government rebels. Citizens were protesting in the streets. To help stave off insurgency, Aristide recruited armed gangs, which became known as the Chimères, from Port-au-Prince's Cité Soleil neighborhood, a vast slum the United Nations had called "the most dangerous place on earth."

Into the danger went the Danish director Asger Leth and his documentary crew. Looking for a story, Leth appears to have gotten a pile of good ones. He had amazing access not just to the Chimères but also the top of the rebel movement after it swept into power. But he's made a confusing mess of the findings, looking for humanity in the wrong places. The resulting film, "The Ghosts of Cité Soleil," gives us a full, blasting profile not of the people living among the warlords but of the warlords themselves, two of them, a pair of brothers near the top of the Chimères.

One is Haitian 2pac. The other is Bily. Leth includes quiet moments with Haitian 2pac telling the camera "You gotta have dreams." He seems high and incoherent. When he tells us he thinks the younger Bily could be president, the movie seems headed toward an interesting dichotomy, especially after we meet him. He's more thoughtful and articulate, explaining what drives an impoverished person to lead a thug's life. He says he and the rest of the Chimères leadership represent Cité Soleil's 300,000 or so residents. But they just seem to be two different kinds of dangerous.

For good moral measure, Leth introduces us to a French relief worker, who reads from her diary and works at one of the too few hospitals, making house calls and cleaning up gang messes. She has access to the two brothers and tries to keep them from typical gangland recriminations, but she seems to be fueling a feud between them. Yes, that's her partying it up with 2pac in one scene, in his bed the next, and telling Bily that, alas, she's sleeping with 2pac. So amid the political turmoil, there is also "Jerry Springer" melodrama.

The film is shot and edited in the staccato key of hip-hop video. 2pac and others rap to the camera, they blow clouds of smoke into the camera, they point their guns at the camera. They make bragging threats into the camera ("I'll eat you alive and no one will ever know," 2pac says). On the streets, when he drives by, speakers blaring, rifle in his lap, crowds form outside the car, some straining to get a look at the camera. They're certainly performing for him. The flattery appears to go both ways. The film speaks their language.

I've been arguing for a return to real style in non-fiction filmmaking but that seems put to misguided ends here: This is a movie the two brothers and their minions would be proud of. Eventually, you're forced to wonder what Leth's presence is bringing out of these gangstas. You also wonder if the camera is part of some ironic deal: They keep him safe. He makes them feel like they're starring in their own "City of God".


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Saturday, October 25, 2008

Banca Furbetti (da "espresso.it", October 24, 2008)

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Da Intesa al Monte Paschi. Da Unicredito all'Antonveneta... Hanno eluso oltre 3 miliardi di euro al fisco. E ora chiedono aiuto allo Stato

Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano 'trading fiscale', ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al Fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione. Un giochetto che, secondo quanto risulta a 'L'espresso' (venuto in possesso di documentazione riservata tra contratti, memorandum fiscali e analisi confidenziali sulla clientela italiana), avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.

Il marchingegno che sta alla base di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell'Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest'estate il fisco Usa, dopo che una commissione d'inchiesta del Senato ha svelato i segreti del 'trading fiscale'. Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po' brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond 'taglia-tasse' come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.

DA LONDRA CON LA VALIGETTA Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello 'fiscale' non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All'inizio degli anni Duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli 'investment manager' delle nostre banche. Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei 'repo' (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l'affare. Alla scadenza del contratto, l'istituto estero s'impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito. Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl'interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l'aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio.






IL BELLO DEL CEDOLONE La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto 'eventuali cedole', da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come spiega a 'L'espresso' un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, "la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine". E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento. Insomma, come riassume un altro gnomo, "alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto". Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un'obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul 'collaterale', dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d'acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati. Rifacciamo i conti ed ecco la prima convenienza di tutto il marchingegno: sui frutti del 'collaterale', che magari ammontano a 330-400 milioni, si risparmia il 20 per cento circa di tasse (35 meno 10) grazie al divieto di doppia imposizione. È questa differenza che ha creato oltre 3 miliardi e mezzo di minor gettito in cinque anni dalle banche al Fisco. E come viene diviso questo 20 per cento di 'utile fiscale'? Secondo quanto hanno spiegato fonti estere a 'L'espresso', un terzo se lo tiene la banca straniera e due terzi vanno a quella italiana. Una spartizione singolare per istituzioni abituate a operare tra loro con commissioni percentuali approssimate alla virgola.

La LEGAL OPINION Le banche italiane che hanno stipulato questi contratti si sono limitate a depositare in qualche loro cassetto delle dotte 'legal opinion' (le più gettonate sono quelle dell'avvocato Renato Paternollo, dello studio Freshfields), nel caso saltasse fuori qualcosa e l'Agenzia delle entrate sospettasse comportamenti elusivi o fraudolenti. C'è però una considerazione svolta dai loro stessi consulenti che merita di essere qui riportata: "L'amministrazione finanziaria italiana non ha finora fornito chiarimenti sul credito d'imposta per i redditi prodotti all'estero e non si può escludere che l'amministrazione si attenga a una diversa interpretazione delle norme anti-elusione, nel caso in cui avesse occasione di analizzare tali operazioni nel corso di un accertamento". Tradotto dal giuridichese: care banche italiane, fate pure questi contratti, ma se poi vi beccano potreste avere qualche grana (e noi consulenti fiscali ve l'avevamo detto). Abbiamo girato i contratti anche a uno dei massimi tributaristi italiani e la risposta è stata secca: "È un pratica elusiva, perché sono venduti apertamente come strumenti del 'dividend stripping'". Ovvero, sono delle specie di arbitraggi fiscali, con i quali le controparti si scambiano i diritti di usufrutto su un bond, vestendoli e rivestendoli ora da dividendo, ora da plusvalenza, ora da interessi, ma sempre a seconda delle reciproche convenienze tributarie.

BENEDETTE BROCHURE Il punto è che le opinioni legali acquisite dalle banche erano a corredo dei contratti. Ma i contratti sono stati venduti in Italia consegnando ai clienti delle 'brochure' ben più esplicite e che forse i consulenti fiscali non hanno visto . In una presentazione di un banca estera datata giugno 2007 e relativa a un investimento in Lussemburgo, ad esempio, si spiega che l'investitore godrà di una serie di benefici fiscali dei quali non godrebbe in Italia. E non ci vuole uno scienziato del marketing per capire che quella pagina di 'Tax considerations' che illustra l'operazione è il vero appeal di un investimento che non viene minimamente propagandato per il suo valore finanziario.

ECCO CHI LI HA COMPRATI 'L'espresso' ha ottenuto un documento confidenziale di una banca estera nel quale si fa il punto sul mercato italiano e sui concorrenti. Se ne ricava che contratti del tipo sopra spiegato sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare Verona e Popolare Vicentina. In un contratto del marzo 2008, del valore nominale di 800 milioni di euro, lo schema è addirittura quadrangolare e vede in campo Unicredito come investitore, la sede londinese della sua controllata tedesca Hypo-Verein come custode dei titoli, la sede londinese della Dresdner Bank come proponente del contratto e una oscura società di Gibilterra di nome Patara Finance come emittente del bond (nel contratto c'è scritto che Patara "non è controllata di Dresdner, ma entra nel suo bilancio consolidato"). Sempre nel memorandum di mercato si legge che alcune banche hanno respinto l'offerta e per questo sono bollate come "estremamente prudenti" (è il caso di Mediobanca). Mentre altre hanno declinato perché non avevano 'capacità fiscale', ovvero utili da abbattere. E quello della 'tax capability' è indicato come il requisito fondamentale della banca italiana da abbordare. La discriminante della 'capacità fiscale' tradisce così l'elemento chiave di questi contratti e spiega come si possano generare 'cedoloni' del 40 per cento in pochi mesi. Facciamo una pura ipotesi: in un certo anno, il gruppo italiano 'XYZ' ha fatto a casa sua utili per un miliardo e dovrebbe pagarvi sopra oltre 300 milioni di tasse. Se però ne investe una bella fetta, diciamo 900 milioni, su un pronti contro termine che 'purtroppo' dopo tre mesi perde metà del capitale investito, in questo modo abbatte l'imponibile di un bel po'. I soldi però rientrano dalla finestra sul 'collaterale' del bond andato male, dove invece si guadagna una maxi-cedola da 300 milioni e sulla quale, per giunta, si pagherà solo il 10 per cento d'imposta alle autorità inglesi. Per ora si tratta di una semplice ipotesi giornalistica, ma i contratti in mano a 'L'espresso' potrebbero tranquillamente essere gestiti anche in questo modo. Se fosse così, non saremmo più di fronte a una forma di elusione, ma a un modo fraudolento di far sparire gli utili montando operazioni fittizie. Volendo invece sperare che le cose non sia andate in questa maniera, resta il giallo di tutta quell'enfasi sulla 'tax capability' del cliente italiano. Perché se questi contratti non sono neppure 'trading fiscale', davvero non se ne capisce il senso. E tutta questa attività delle banche straniere in Italia avrebbe la stessa ragionevolezza di un pressing della Pfizer sui pediatri perché prescrivano il Viagra.


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Wednesday, October 15, 2008

E' ora di cambiare le regole: si dia spazio alla finanza etica (da "repubblica.it", October 14, 2008)

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Per anni Banca Etica è cresciuta a dispetto di un sistema che classificava i suoi investimenti come BB-, "spazzatura", ricorda il presidente Fabio Salviato. Senonché poi si è scoperto che la spazzatura vera era altrove, immessa nel mercato con lusinghieri e rassicuranti rating 'tripla A'. "Siamo arrivati al paradosso per cui si è puniti se si sostiene l'economia reale e premiati se si specula, vengono disincentivati i finanziamenti all'economia sociale ma si permette la piena operatività sul mercato dei derivati perché non regolamentato", dice Salviato.

E adesso, nel pieno della bufera finanziaria che ha bruciato miliardi in tutto il mondo, premiata dai risparmiatori che negli ultimi due mesi hanno fatto registrare un aumento del 100 per cento dell'apertura di conti correnti, Banca Etica ha deciso di cogliere l'occasione non per dire "siamo i più bravi", ma per chiedere una revisione delle regole che penalizzano una realtà economica sana e che hanno permesso a istituzioni finanziarie non altrettanto scrupolose e trasparenti di gettare i mercati nel panico e di costringere i governi a massicce iniezioni di liquidità per evitare una rovina analoga a quella del '29.

Voi lamentate come in tutti questi anni le imprese finanziate da Banca Etica siano state considerate estremamente rischiose, e per questo penalizzate.
"Noi rappresentiamo le imprese non profit , comprese le parrocchie, per esempio. Lei ha mai visto una parrocchia che fallisce? Le nostre imprese presentano un tasso di sofferenza del 0,3% lordo. Noi finanziamo gran parte di quelle imprese che vengono considerate nel sistema del Terzo settore: per questa ragione dalla regolamentazione italiana e internazionale i nostri investimenti vengono considerati a rischio massimo, e penalizzati da difficoltà indicibili nella concessione del credito. Le valutazioni fatte dagli analisti non tengono conto dei piani di sviluppo a medio e lungo termine delle imprese richiedenti, ma badano all'utile immediato senza dare peso al grande valore sociale intrinseco in certe produzioni o in scelte di posizionamento nella comunità locale. E allora bisogna che ci mettiamo d'accordo su queste regole: non è possibile che chi fa economia reale, crea posti di lavoro, milioni di ettari di agricoltura biologica che impiegano il doppio dei dipendenti della Fiat, sia considerato a rischio massimo, e gli altri no. Bisogna rivedere queste regole e privilegiare criteri come i nostri, che hanno dimostrato di essere una buona prassi. Le regole attuali sono quelle che hanno contribuito a portarci a questa catastrofe".

Quali regole in particolare andrebbero modificate secondo voi, e come?
"La normativa Ias (i principi contabili internazionale, ndr) considera le imprese ai valori di mercato, come se si dovesse vendere ora. Perché non torniamo alle origini, considerato che le banche sono nate in Italia proprio grazie a San Francesco? Torniano al principio della sana e prudente gestione. Oggi con questi criteri inoltre non abbiamo strumenti con i quali far fronte alle speculazioni. Le regole vanno riviste, in un'ottica di maggiore protezione. Devono essere applicate a tutti: in questo momento è come se avessimo le autoambulanze costrette a fermarsi ai semafori e le Ferrari che possono sfrecciare a 300 all'ora. Infatti le banche d'investimento americane tipo Lehman Brothers non sono assoggettate a nessuna regola: ricevevano la tripla A, emettavano le obbligazioni che valevano più dei titoli di Stato italiani".

E quindi, come dovrebbe cambiare il sistema finanziario?
"Intanto la banca deve ricominciare a fare la banca: negli ultimi venti anni le banche hanno smesso di fare il loro ruolo, che era quello di raccogliere risparmio e dare fiducia agli imprenditori o ai privati, e hanno fatto sempre più finanza, non credito, alimentando con danaro il mercato finanziario con percentuali sempre più alte, favorendo la diffusione di derivati e altri prodotti altamente speculativi. E invece la banca deve tornare ad essere un soggetto che va a finanziare l'economia reale, naturalmente a ragion veduta".

Il problema è anche la trasparenza.
"La percezione attuale che si ha del sistema bancario è che ci sia una sorta di opacità. Quando l'Fbi ha cercato di trovare gli speculatori che in America avevano scommesso al ribasso contro alcuni titoli, compreso American Airlines, cinque giorni prima dell'11 settembre, guadagnando un miliardo e 400 milioni di dollari, non c'è riuscita, perché i colpevoli si sono persi nei paradisi fiscali. La trasparenza deve essere uno degli elementi che ci caratterizza, anche, e non solo, per evitare il riciclaggio della malavita: i paradisi fiscali rappresentano elementi di opacità. La trasparenza significa anche che il risparmiatore deve capire come viene investito il proprio danaro".

Il risparmiatore italiano però ha una cultura finanziaria quasi inesistente, tende ad accettare qualunque cosa gli propongano banca e consulente finanziario, senza rendersi conto dei margini di rischio.
"E' vero che nostri cittadini spesso hanno un rapporto poco responsabile verso la finanza. Però questo atteggiamento deriva anche dal rapporto di fiducia che c'è sempre stato verso la banca. Da un lato serve maggior trasparenza da parte delle banche, ma dall'altra anche il risparmiatore-investitore deve pretendere di avere maggiori informazioni, e deve conoscere alcune regole fondamentali: se io investo in un prodotto finanziario che rende molto più della media, è evidente che sto rischiando di più. Fatte salve le responsabilità del sistema finanziario, anche il risparmiatore deve assumersi le sue responsabilità".

Anche se voi siete una banca sana, non avete investito in derivati o in altri prodotti a rischio, il crollo dei mercati vi ha comunque danneggiati?
"Noi comunque siamo dentro il mercato, e quindi ne viviamo anche le pertubazioni, ma avendo una politica secondo la quale la raccolta viene utilizzata per i finanziamenti, e il resto rimane in tesoreria, investito principalmente in titoli di Stato, siamo tranquilli. E siamo anche una banca molto liquida, con una raccolta diretta di 550 milioni e indiretta di 100 milioni e impieghi per 400 milioni. Una gestione che ci ha premiati: in questo periodo stiamo assistendo all'apertura di conti correnti 10 superiore rispetto a un mese fa. Anzi, siamo in controtendenza perché stiamo avviando una nuova importante iniziativa".

Di che si tratta?
"Stiamo per realizzare la prima banca etica europea con francesi e spagnoli, utilizzando un modello cooperativo, in base a una legge europea del 2003. Avrà sede in Italia, e sarà controllata dalla Banca d'Italia. Quindi tutto sommato, a modo nostro, tuteliamo anche l'italianità: il nostro modello cooperativo è stato riconosciuto come interessante da altri Paesi, nei quali era ormai scomparso. Come pure il sistema di premiare gli investimenti 'sostenibili', assicurando migliori condizioni di credito a chi migliora l'ambiente o fa investimenti di particolare valore sociale".


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Monday, October 13, 2008

The Olduvai Theory (da "alternativo.splinder.com", October 13, 2008)

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Tutti i segnali della imminente fine della civiltà industriale sono arrivati: il petrolio ha avuto il suo picco di produzione da qualche mese (senza fertilizzanti dal petrolio, la fertilità dei terreni calerà in pochi anni del 90%, entro 50 anni da oggi necessariamente si tornerà a 4 miliardi di umani), il gas avrà il suo picco entro il 2011, l'uranio per usi civili ha meno di 20 anni di vita, il carbone meno di 50, eolico e solare sono ininfluenti e dal 2015 nessuno stato avrà risorse per fabbricare nuovi impianti di "rinnovabili"; i mercati finanziari saranno spazzati via tra il 2008 ed il 2010, la disoccupazione aumenterà verticalmente, il sistema bancario e quello industriale collasseranno entro il 2015, gli stati avranno sconvolgimenti istituzionali ed alcuni scompariranno entro il 2030. Nessuno invece sa se e dove ci saranno guerre, di certo l'accaparramento delle (poche) risorse dell'Artico è un pessimo segnale.
Non dimenticando che il clima è sconvolto, il pianeta "bolle" ed è prossima la scomparsa delle api ed il conseguente collasso dell'agricoltura.
Et cetera.
Vie di uscita non ce ne sono. La maggioranza degli umani ha scelto il suicidio.

Lascio queste ultime parole di Duncan, che siano di monito e di condanna per tutti quegli ottimisti maledetti che hanno distrutto ed ucciso e stanno distruggendo ed uccidendo il pianeta ed i suoi abitanti e preparano il terreno per il secolo della morte e della violenza.
Forse è giusto che finisca cosi'...

"La teoria della civilizzazione parte dalla filosofia greca verso il 500 a.C. per giungere a una quantità di rispettabili scienziati del XX secolo. Per esempio, l’applicazione di riferimento di due modelli di simulazione del mondo, negli anni ‘70, indicava l’aspettativa di vita della civiltà in un periodo compreso tra i 100 e i 200 anni. La Teoria di Olduvai viene specificamente definita come il rapporto tra l’energia prodotta a livello mondiale e la popolazione, sempre a livello mondiale. Essa afferma che l’aspettativa di vita della Civiltà Industriale è pari o inferiore a 100 anni: dal 1930 al 2030. La teoria è stata verificata in riferimento ai dati storici del periodo compreso tra il 1920 e il 1999. Sebbene tutte le fonti primarie di energia siano importanti, la Teoria di Olduvai postula che l’elettricità costituisca la quint’essenza della Civiltà Industriale. La produzione energetica pro-capite è cresciuta fortemente dal 1949 al suo picco massimo nel 1979. Quindi, dal 1979 al 1999, per la prima volta nella storia è calata ad un tasso dello 0,33% all’anno (il “pendio” di Olduvai). Secondo lo schema di Olduvai, tra il 2000 e il 2011, la produzione energetica pro-capite mondiale calerà di circa lo 0,70% all’anno (lo “scivolamento”). Verso il 2012 si verificherà una serie di blackout elettrici permanenti a livello globale. Questi blackout, insieme ad altri fattori, faranno cadere la produzione energetica fino a raggiungere, nel 2030, i 3,32 barili di petrolio equivalente pro-capite all’anno, lo stesso valore del 1930. Il tasso di declino nel periodo compreso tra il 2012 e il 2030 è del 5,44% all’anno (il “precipizio” di Olduvai). Così, per definizione, la durata della Civiltà Industriale è inferiore o uguale a cent’anni. Lo “scivolamento” di Olduvai del periodo 2001-2011 può ricordare la “Grande Depressione” del decennio 1929-1939: disoccupati, poveri e senza tetto in coda in attesa di sussidi e assistenza. Per quanto riguarda il “dirupo” di Olduvai tra il 2012 e il 2030, non conosco alcun precedente simile nella storia umana. I governi hanno perso rispettabilità. Le organizzazioni mondiali sono inefficaci. Il neo-tribalismo si fa strada impetuosamente. La popolazione supera i sei miliardi di persone e continua a crescere. Il riscaldamento globale e virus sempre più aggressivi fanno notizia. L’affidabilità delle reti elettriche sta crollando.
E nel momento in cui manca l’energia, si ritorna al Medio Evo.
Nel 1979 conclusi: «Se Dio ha creato la Terra perché gli umani la abitassero, allora l’ha creata perché fosse adatta allo stile di vita dell’Età della Pietra».
La Teoria di Olduvai è plausibile."


The Olduvai Theory,
Richard Duncan

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Wednesday, October 1, 2008

Help desks field unending stream of oddball requests (da "roberthalftechnology.com", October 02, 2008)

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'A LIZARD CRAWLED INTO MY SERVER'

“How do I get my computer’s coffee-cup holder to come out again?” That may sound like a baffling request, but for seasoned help desk professionals, it’s not out of the ordinary. In a new survey, CIOs identified the most unusual requests they or their support staff have fielded. The survey shows that it takes more than technical expertise to interact with end users -- especially those who confuse CD-ROM drives with coffee trays.

The survey was developed by Robert Half Technology, a leading provider of information technology professionals on a project and full-time basis, and conducted by an independent research firm. It was based on telephone interviews with more than 1,400 CIOs from companies across the United States with 100 or more employees.

CIOs were asked, “What is the strangest or most unusual request you or a member of your help desk or technical support team has ever received?”

Their responses included:

  • “Why isn’t my wireless mouse connected to the computer?”
  • “My laptop was run over by a truck. What should I do?”
  • “Can you rearrange the keyboard alphabetically?”
  • “How do I read my e-mail?”
  • “My computer is telling me to press any key to continue. Where is the ‘any’ key?”
  • “Can you reset the Internet for me?”
  • “There are animal crackers in my CD-ROM drive.”
  • “Can you build me a robot?”

Some end users called to report problems with mice -- not the electronic kind -- and other pests. To wit:

  • “Can you get the mice out of the ceiling?”
  • “A server went down, and I found a lizard had crawled into it and died.”
  • “A skunk ate my cable.”

Other requests signal more trouble than just a technical glit

ch. Here are some examples:

  • “How can I block e-mail from my manager?”
  • “Can I open the bank safe using my computer?”
  • “Can you install cable TV on my PC?”
  • “Can you order joysticks so that we can play video games?”
  • “I’d like to stop receiving e-mail on Fridays.”

Help desk professionals are known for lending a hand, but these end users took the concept too far:

  • “Can you come and install my car stereo?”
  • “Where can I locate dry ice?”
  • “I’d like wireless computer access in my motor home.”
  • “Can you fix my typewriter?”
  • “How long does it take to bake a potato in a microwave?”
  • “My daughter is locked in the bathroom, can you pick the lock?”
  • “Can you tell me the weather forecast for next year?”
  • “The elevator is broken.”
  • “How do I wire a robotic turkey?”
  • “Where can I get software to track UFOs?”
  • “Can you repair my motorbike?”




Beyond the comic relief these out-of-the-blue requests can provide, they also serve as a test of essential help desk and technical support skills, according to Katherine Spencer Lee, executive director of Robert Half Technology. “These unusual requests highlight the need for technical support personnel to also demonstrate patience, empathy and a sense of humor,” she said.

About the Survey
The national survey was developed by Robert Half Technology, a leading provider of information technology professionals on a project and full-time basis, and conducted by an independent research firm. The survey is based on more than 1,400 telephone interviews with CIOs from a random sample of U.S. companies with 100 or more employees. In order for the survey to be statistically representative and ensure that companies from all segments were represented, the sample was stratified by geographic region, industry and number of employees. The results were then weighted to reflect the proper proportions of the number of employees within each region.

About Robert Half Technology
With more than 100 locations worldwide, Robert Half Technology is a leading provider of technology professionals for initiatives ranging from web development and multiplatform systems integration to network security and technical support. Robert Half Technology offers online job search services at www.rht.com.


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Tecnologia e scienza (da "repubblica.it", October 02, 2008)

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Studio raccoglie le 1400 domande piu' improbabili ricevute dagli impiegati di help desk informatici degli Stati Uniti.

"Perche il mio mouse senza fili non e' attaccato al computer?"

Il lettore cd scambiato per porta tazza, la richiesta di resettare la rete internet ed altro ancora: le richieste folli degli utenti.





"Come faccio a far uscire di nuovo il porta tazza?", "Può disporre la tastiera del mio computer in ordine alfabetico?". E ancora: "L'ascensore del mio palazzo si è fermato. Mi può aiutare?". Tecnologia e comuni mortali, quando il computer finisce nelle mani delle persone sbagliate il risultato è un'esilarante richiesta di aiuto ai servizi di assistenza informatica. Robert Half, direttore di una importante azienda americana che fornisce professionisti dell'informatica, dai disegnatori di siti web fino al personale addetto al supporto tecnico, ha riunito in un divertente studio pubblicato sul sito Robert Half Technology le 1400 domande più improbabili ricevute da oltre cento impiegati di centri di assistenza informatica sparsi su tutto il territorio degli Stati Uniti.

La domanda più gettonata riguarda un classico dell'analfabetismo informatico: il lettore cd, integrato all'interno di molti portatili o presente nel case, viene comunemente scambiato per un supporto destinato all'appoggio delle tazze da caffè. Grazie allo studio di Robert Half si scopre però che davanti al malfunzionamento dei computer gli umani possono avere strane reazioni.

"Perché il mio mouse senza fili non è attaccato al computer?", oppure, "Il mio portatile è stato investito da un camion. Secondo lei cosa dovrei fare?", ma anche, "Come faccio a leggere le mie e-mail?" e infine "Il mio computer mi dice di premere un tasto qualsiasi per continuare? Dove si trova il tasto qualsiasi?". Nella classifica delle domande più strane sono queste che si piazzano nella top ten. Seguono altre insospettabili richieste come: "Lei potrebbe resettare Internet al posto mio?", o, "Ci sono dei biscotti a forma di animaletto nel mio lettore cd. Cosa faccio?", per finire con "Salve, mi potrebbe costruire un robot?".

Lavorano con i computer, conoscono ogni dettaglio di quelle macchine infernali e questo basta a far credere a centinaia di persone che i tecnici informatici siano dei cervelloni capaci persino di andare sulla Luna. La scoperta più sorprendente della ricerca effettuata dalla Robert Half Techonology è che, nella maggior parte dei casi, le domande più bizzarre sono proprio quelle che esulano dal funzionamento dei computer. "Potrebbe installare lo stereo nella mia auto?", "Può riparare la mia macchina da scrivere?", "Quando ci mette a cuocere una patata nel forno a microonde?". E ancora. "Mia figlia è rimasta chiusa in bagno. Potrebbe venire ad aprire la porta?", "Quali sono le previsioni del tempo per il prossimo anno?", "Lei è in grado di riparare la mia moto?". Veggenti, meccanici, ascensoristi e persino esperti di cucina, ecco fino a dove dovrebbero arrivare le competenze di un tecnico informatico secondo molti utenti americani.

Katherine Spencer, direttore esecutivo della Robert Half Technology, sostiene che queste richieste così bizzarre sono, oltre che comiche, un metodo per capire quali dovrebbero essere le conoscenze essenziali di un ufficio informazioni e di un servizio di supporto tecnico. "La ricerca ha fatto emergere nuove esigenze per il settore: ora sappiamo che un impiegato del servizio di assistenza non deve solo essere preparato ma anche dimostrare doti di pazienza, empatia e senso dello humour".

Uno spazio a parte è stato dedicato alle domande che riguardano animali domestici e computer. Ecco alcune tra le più originali: "Salve, il mio server è caduto su una lucertola e l'animale è rimasto ucciso. Cosa faccio?", "Aiuto, una puzzola ha divorato tutti i cavi del mio computer" e infine "Potrebbe aiutarmi a far sparire i topi dal tetto?".

Più che problemi legati al funzionamento del computer a volte gli utenti sembrano riversare sul personale del servizio di assistenza frustrazioni e disagi di natura più profonda. Cosa pensare del cliente che chiedeva dettagli su come bloccare la ricezione delle e-mail inviate dal direttore? Oppure di chi avrebbe preferito non ricevere e-mail il venerdì? O ancora di chi voleva installare la tv via cavo direttamente sul proprio portatile? A metà tra il timore reverenziale e la più innocente curiosità, c'è anche chi spera di trovare al numero verde risposte che neanche gli scienziati sanno dare: "Scusi, dove scarico il software per seguire la rotta degli Ufo?".


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