Saturday, February 16, 2008

SALVARE IL MONDO DAL CONDOMINIO: "La bolletta e' crollata del 64%" - (da "Repubblica.it", Feb 16 - 2008)


Il racconto di un amministratore di stabili nel cuneese.
"Caldaia a condensazione e termostati.
E' cosi' che abbiamo abbattuto i prezzi".


Una caldaia a condensazione



ROMA - "All'inizio ci sono stati molti mugugni, mettere tutti d'accordo non è stato semplice, ma ora, a parte i soliti incontentabili, sento soprattutto commenti soddisfatti". Difficile non credere a quanto racconta Corrado Balocco, titolare di una piccola società che gestisce l'amministrazione di circa 50 condomini della provincia di Cuneo.

Nel 2002 Balocco ha convinto le dieci famiglie che abitano una delle palazzine poste sotto la sua responsabilità ad aderire alla campagna "Generazione clima" lanciata dal Wwf e modernizzare l'impianto di riscaldamento, puntando sull'efficienza energetica. Così nello stabile di via Piramide 3, a Narzole, il vecchio generatore a gasolio è stato eliminato; al suo posto sono stati installati una moderna caldaia a condensazione e una serie di contatori di calore per effettuare l'esatta misurazione e contabilizzazione dell'energia termica consumata dall'edificio.

Inoltre, ogni radiatore dei dieci appartamenti, è stato dotato di valvole termostatiche per tenere sotto controllo la temperatura, locale per locale, e ripartire i costi del riscaldamento equamente. Un'operazione costata un investimento complessivo di 44.929 euro che ha dato risultati sorprendenti. "Prima della sostituzione, attualizzando le tariffe ai prezzi attuali, il condominio spendeva 13.600 euro. Nella stagione 2006-2007, grazie anche a un inverno particolarmente mite, il costo è crollato a 4.873 euro, con un risparmio del 64%".

Prestazioni che dovrebbero garantire ai condomini di rientrare della spesa iniziale già quest'anno. Ma se i vantaggi per il portafoglio sono i più evidenti e i più apprezzati immediatamente, non sono certo gli unici. Rendere più efficiente il riscaldamento di via Piramidi 3 permette anche di abbattere le emissioni di C02 del 52% e di azzerare quelle di anidride solforosa, uno dei principali inquinanti dell'aria, responsabile di diverse patologie dell'apparato respiratorio.

Il Wwf, con "Generazione clima", sta facendo da anni campagna per mettere in efficienza le case italiane. L'obiettivo è arrivare a un milione di condomini entro il 2020, la strada è ancora lunga.

(
10 febbraio 2008)


Wednesday, February 13, 2008

OMAGGIO AD HENRI SALVADOR

Embedded Video




L'artista francese è morto a Parigi. Aveva novant'anni.
E' stato un "monumenteo" del jazz e della bossa nova.

ADDIO A HENRI SALVADOR; SI SPEGNE LA VOCE DI VELLUTO

In un'intervista aveva detto: "Io non canto, sussurro. Solo sussurrando al microfono puoi trasmettere emozioni".






PARIGI - Voce di velluto e risata fragorosa, senso dell'umorismo sfrontato e presenza scenica formidabile: era questo e molto altro ancora Henri Salvador, il cantante francese morto oggi a Parigi all'età di novant'anni. "monumento" del jazz e della bossa nova, Salvador è stato un mattatore assoluto, entertainer capace di fare tutto: ballare, raccontare storielle, inventare giochi di prestigio, sparare gag a raffica e, ovviamente, cantare. In quel modo lieve da chansonnier di gran classe. Come aveva imparato dai suoi idoli di sempre, Nat King Cole e Frank Sinatra prima di tutto. "Io non canto, sospiro - aveva detto in un'intervista all'Associated Press, nel 2006 - e quando sospiri nel microfono, solo così puoi trasmettere sentimenti veri".

"Monsieur Salvador", come era soprannominato, è stato attivo sulle scene dagli anni Trenta fino ai giorni nostri (con la casa discografica Polydor avrebbe dovuto incidere un nuovo album quest'anno), ed è stato un personaggio chiave della musica francese e internazionale con oltre una trentina di album: le sue canzoni più popolari, da Syracuse a Une chanson douce, sono state cantate da generazioni di giovani francesi. E' stato il primo cantante di rock'n'roll in Francia nonché l'ispiratore della bossa nova brasiliana.


Classe 1917, Henri Gabriel Salvador nasce a Cayenne, nella Guyana francese, ma si trasferisce in Francia con la sua famiglia nel 1929. Dal 1941 al 1945 fa parte dell'orchestra di Ray Ventura e partecipa a un tour nell'America del Sud. Oltre al talento come cantante e chitarrista, il giovane Henri dimostra anche una notevole vena comica: uno dei suoi cavalli di battaglia è l'imitazione di Popeye, con la quale riscuote grande successo in radio e in tv. Intanto frequenta teatri e club come compositore, e si fa notare per la fantasia visionaria dei suoi testi.


A metà degli anni Cinquanta si afferma definitivamente come cantante. Nel 1956, con lo pseudonimo di Henry Cording, è il primo interprete di rock'n'roll in Francia, con pezzi scritti da Boris Vian e composti da Michel Legrand. Da chitarrista, incide un 45 giri jazz intitolato Salvador Plays the Blues. E' stato inoltre paroliere di numerosi artisti, in particoloare Regine e Sheila, due cantanti francesi molto popolari in patria, e ha portato al successo altri artisti francesi come Keren Ann e Art Mengo.

A metà degli anni Settanta, Salvador decide di lasciare le scene. Tornerà a esibirsi solo vent'anni dopo, nel 1996. Le ballate del suo ultimo album, Reverence, registrato tra Parigi, New York e Rio nel 2006, sono un omaggio ai ritmi del Brasile ma anche un ricordo affettuoso dell'amico Ray Charles. Per Reverence, Salvador si circonda del meglio dei musicisti e cantanti brasiliani, da Gilberto Gil a Caetano Veloso al pianista Joao Donato.

Nel 2005 Henri Salvador è stato decorato a Brasilia con l'Ordine d'onore al merito culturale dal ministro della Cultura brasiliano Gilberto Gil, alla presenza del presidente Luiz Inacio Lula da Silva, per il suo contributo alla diffusione della cultura di quel Paese, in particolare per aver ispirato la bossa. In Francia, Salvador è stato insignito dei titoli di comandante della Legione d'onore e dell'Ordine nazionale del merito. Riconoscimenti prestigiosi per un artista che si curava poco di restare nella Storia. "Non mi interessa - aveva detto in un'intervista - quando noi scompariamo, il mondo continua a girare. Noi non siamo nulla".

(13 febbraio 2008)

Monday, February 4, 2008

TRASPORTO PUBBLICO: SORPRESA NAPOLI (da "Repubblica.it", Feb 03 - 2008)


La ricerca "Ecosistema urbano" esalta l'organizzazione del capoluogo campano.

"Ha un sistema integrato per pendolari tra i piu' avanzati in assoluto".

Trasporto pubblico, sorpresa Napoli
"E' un modello da seguire"






"Con il rosso si passa; con il verde pure, ma bisogna stare attenti a quelli che arrivano con il rosso dall'altra parte; il giallo serve solo per fare colore". Luciano De Crescenzo in Così parlò Bellavista descriveva più o meno con queste parole il caos nelle strade di Napoli. Ma una volta tanto gli anni non sono passati invano e per la città che nell'immaginario di tutti è la capitale del traffico è tempo di rivincite.

Da "Ecosistema Urbano 2008", la ricerca curata da
Sole 24 Ore e Legambiente sulla vivibilità ambientale dei capoluoghi italiani, emerge infatti un dato a sorpresa. E' Napoli la città ad avere la rete di trasporto pubblico che più si avvicina all'ideale di "mobilità sostenibile". A chiarire l'apparente paradosso è Alberto Fiorillo, uno dei curatori del rapporto. "La gestione dell'offerta di trasporto pendolare a Napoli è sicuramente l'esperienza più variegata oggi in Italia - spiega - Gli interventi realizzati in questi anni sulle linee gestite dai diversi operatori sono infatti parte di una strategia che punta alla realizzazione di una metropolitana regionale. Inoltre, grazie all'integrazione tariffaria (UnicoNapoli e UnicoCampania), ai pendolari è già data la possibilità di viaggiare con tutti i mezzi (treni, autobus, metro, tram, ecc.) del capoluogo e dell'area suburbana con un unico biglietto. Il caos stradale napoletano non è svanito, ma ci sono sicuramente le premesse per una migliore gestione della mobilità urbana".

Merito, chiarisce ancora Fiorillo, dei numeri che Napoli può vantare. "I chilometri di rete coperti dal trasporto pubblico - ricorda - sono in totale 420 di cui 392,9 su gomma, 8,7 su tram e 16,4 composti da filobus, metropolitane leggere e funicolare. Il biglietto costa mediamente 1 euro e l'abbonamento mensile 23,24. Il traffico cittadino che spesso paralizza Napoli è supportato da un variegato e consistente numero di mezzi pubblici, di fatto utilizzati da un alto numero di cittadini".


Se non siete napoletani e malgrado tutto non scambiereste le code della vostra città con gli ingorghi di Napoli, forse non avete tutti i torti. Prendendo in esame parametri diversi, un'altra ricerca sulla mobilità sostenibile giunge infatti a conclusioni molto più "tradizionali", premiando Bologna. Secondo "Mobilità sostenibile in Italia: indagine sulle principali 50 città", uno studio elaborato da Euromobility e Kyoto Club, è il capoluogo emiliano la città più "eco-mobile" d'Italia. La città in cui il trasporto pubblico funziona, si sono avviate importanti innovazioni nella gestione della mobilità, è presente una quota significativa di auto a basso impatto ambientale, il traffico è pianificato e lo smog è tenuto sotto controllo.



DA PARTE DI REPUBBLICA E' PARTITA UNA INIZIATIVA PER LA SALVAGUARDIA DEL CLIMA E DELL'AMBIENTE. PER ULTERIORI INFORMAZIONI

http://www.repubblica.it/speciale/2007/ambiente/index.html







DO WE REALLY NEED BERLUSCONI ONCE AGAIN? (da "Economist print edition", Jan 31 - 2008)

Unsteady as she goes

Italy has enough problems already: does it really need Silvio Berlusconi once again?

Italy is notorious for its perpetually changing governments. Between 1981 and 2007, it had 16 prime ministers, including some repeats, compared with Britain's four. Yet lately Italian politics had acquired a patina of stability. Under pressure from voters, its fissiparous parties had coalesced into recognisable blocks of right and left. The centre-right government of Silvio Berlusconi (pictured right) served a full five-year term; when the media tycoon was defeated at the polls by the centre-left in April 2006, the hope was that Romano Prodi (on the left) would also see out his term. It was not to be.


The upheaval triggered two weeks ago, when a tiny centrist party quit Mr Prodi's coalition, unseated the prime minister when he lost a vote of confidence in the Senate. After consultations, the Italian president this week has asked Franco Marini, speaker of the Senate, to form a short-term interim government. But Mr Berlusconi, hungry for power, is baying for an election as soon as possible. His commanding lead in the opinion polls suggests he would win, and return to Palazzo Chigi just 20 months after he left it.


Everybody agrees that the last thing that Italy needs is another succession of fractious, short-lived governments. It could just about get away with them when growth was strong, and vibrant private enterprise, especially in the north, more than made up for a shoddy (and often corrupt) public sector and the sclerotic Mezzogiorno. More recently, though, Italy's economic prospects have worsened. It is the slowest-growing big economy in Europe; the south is barely moving forward at all. Spain has just overtaken Italy by the measure of GDP per head, say the statisticians. Italy's competitive sparkle has dimmed. And the OECD, a think-tank, finds that it has the most heavily regulated economy in the rich world.


The country, in short, desperately needs both stable government and painful economic reform. The question is how to get these things. In 2001 voters overwhelmingly backed Mr Berlusconi (rejecting this paper's view that his chequered business history made him unfit to lead Italy). But he squandered his opportunity, using up political capital to protect his media interests and fend off judicial cases against him, and dithering over economic reform. After a disastrous term, he left behind his own “poison pill”: a law to change Italy's electoral system back to one based largely on proportional representation. By the time Mr Prodi lost his confidence vote, no fewer than 39 political parties were represented in parliament.


The poison has thus done for Mr Prodi. Ironically, it is also hurting Mr Berlusconi, who finds it increasingly hard to control small parties in his coalition. Both sides agree that electoral reform is needed to strengthen big parties at the expense of little ones. Yet the smalls will resist, making it hard for any interim government to get a new electoral law passed. So the odds are that Italy is heading for a fresh election under the existing system. Mr Berlusconi seems likely to win—although Mr Prodi's successor as centre-left leader, Walter Veltroni, a popular mayor of Rome, may whittle down his lead.







In search of liberalismo

New election rules are needed if stable government is to return. But Italy's deeper problem is that so few of its political leaders are genuinely liberalising reformers. Mr Prodi's government cut public borrowing and improved tax collection, but proved too timid to take on the vested interests that always resist change. It left the public sector mostly unreformed. As the renewed Naples rubbish crisis confirms, it failed utterly to sort out the Mezzogiorno. A younger and more energetic Mr Veltroni might be bolder, but his reform credentials are untested and his grip on any centre-left coalition may prove no firmer than Mr Prodi's.

There is not a glimmer of hope that a returning Mr Berlusconi would prove a better bet than Mr Prodi. Judging by his record, he might be worse, starting by undoing the Prodi government's successful tax-collecting reforms. Mr Berlusconi has made clear that his first priority would again be to protect his own interests, by making it harder to use evidence from wiretapping in court cases. However successful he has been in business, he remains unfit for the job he covets. Poor Italy.



Tuesday, January 29, 2008

UNO SPORT, UNA PASSIONE, UNA GROSSA MALINCONIA


La passione per il Subbuteo, "sport" famosissimo tra gli anni Sessanta e Ottanta, non è scomparsa: un attore londinese ce ne racconta la storia. Aneddoti e curiosità in punta di dito e di nostalgia


MILANO, 28 gennaio 2008 - "L’estetica del calcio non può che essere vintage. Il suo sentimento è la nostalgia, il suo strumento il Subbuteo". Daniel Tatarsky, attore londinese innamorato del mitico gioco del "calcio in punta di dito", dà voce a schiere di trenta-quaranta-cinquantenni che, soprattutto tra gli anni Sessanta e Ottanta, hanno consumato le ginocchia dei jeans ricreando le emozioni del pallone sui campi in tela verde del Subbuteo, tra omini fragili e porte sempre a rischio di essere calpestate. Questo libro, di cui può non piacerci solo la copertina (ma a quanto pare è una caratteristica della Isbn…), è di sicuro una chicca per intenditori e amanti del gioco, ma anche una finestra aperta su un mondo che i giochi delle ultime generazioni (Playstation, Xbox e simili) hanno mandato in pensione. Ma gli amanti del Subbuteo tengono duro e, grazie a eBay e a Internet, continua lo scambio di squadre, palloni, accessori. Per loro il libro di Tatarsky ha anche il sapore di una rivincita. Il saggio ricostruisce infatti la storia del Subbuteo, del suo inventore Peter Adolph - che lo chiamò così in omaggio a un falco che, da appassionato di uccelli, amava - e anche degli accessori che intere generazioni di bambini hanno desiderato, come i fari da stadio che facevano così poca luce eppure erano straordinariamente scenografici. Molto centrato sull’Inghilterra, patria del calcio così come del suo emulo digitale (nel senso non di elettronico, ma di giocato con le dita), il libro parla al pubblico italiano soprattutto attraverso le immagini e l’anedottica. Due elementi che travalicano i confini nazionali e, a differenza di molti aspetti tipicamente inglesi presenti nel racconto di Tatarsky, mettono d’accordo tutti gli amanti del Subbuteo.





NOSTALGIA – E forse il vertice di nostalgia si raggiunge proprio quando ci troviamo di fronte al tabellone che riproduce le divise di tutte le squadre disponibili: "Non servono parole - scrive Tatarsky nella didascalia dell’immagine - per descrivere la sua multiforme bellezza". Molti gli aspetti curiosi su cui l’attore londinese indaga: dai giochi che precedettero il Subbuteo - su tutti il surreale calcio giocato soffiando la pallina verso una porta - fino alle fiction basate sul gioco, passando per gli accessori più sfortunati (come il team di giocatori in allenamento) e le leggendarie e inarrivabili scatole di lusso (come la "Munich" o l’incredibile "Stadium Edition", disponibile anche in Italia) che molti ragazzi potevano solo sognare sfogliando le pagine dei cataloghi Subbuteo, una lettura obbligatoria per milioni di appassionati. Interessante anche la sezione dedicata ai giochi emuli del Subbuteo, con altri sport molto british come il rugby e il cricket. A noi italiani, e pure a Tatarsky, sfugge un po’ il senso di queste varianti, ma non c’è dubbio che sia un’altra testimonianza di come il Subbuteo sia stato un grande fenomeno di massa. La cui estetica, oggi apparentemente superata, continua a parlarci di ciò che siamo stati: in una maniera che, nonostante l’elettronica, non perde di fascino.

TESTIMONIAL -
Uno dei piaceri del Subbuteo era far finta di essere il proprio campione o la propria squadra preferita, ma era una gran gioia anche sentire di famosi calciatori che giocavano a Subbuteo. Quando il 3 luglio del 1996 Paolo Di Canio passò dal Milan al Celtic per 900.000 sterline (l'equivalente di 450.000 squadre da Subbuteo), l'unica cosa che sapeva della squadra era che giocava con una casacca a righe verdi e bianche. Questo perché da bambino aveva comprato la squadra da Subbuteo del Celtic. Nell'autobiografia di Denis Law (2003), c'è una foto di lui all'età di 11 anni che riceve un trofeo di Subbuteo. Comunque il primo a ulilizzare il testimonial fu il principale rivale della Subbuteo negli anni Cinquanta e Sessanta, Newfooty. Secondo le pubblicità di allora, calciatori come Nat Lofthouse e Sir Stanley Matthews giocavano a Newfooty. Matthews affermava che era "pieno di situazioni da calcio vero". Anche veri allenatori di calcio ci giocavano e molti usavano un campo da Subbuteo per mostrare alla squadra cosa avrebbe dovuto fare. Si racconta che una volta un cameriere consegnò la colazione a Sven-Góran Eriksson (quando era alla Lazio) e trovò il futuro allenatore dell'Inghilterra a letto, con una tavola coperta da omini del Subbuteo sulle gambe. Per molta gente il migliore aneddoto sugli intrecci tra calcio professionistico e Subbuteo riguarda però il Povero Bill Shankly, leggendario allenatore del Liverpool. Questa storia la racconta spesso uno dei suoi giocatori, lo scozzese Ian St. John, quando ricorda le partite contro il Manchester United. A quanto pare il metodo di Shankly per ridurre l'avversario a proporzioni abbordabili era prendere un campo da Subbuteo come fosse l'Old Trafford, con tutti i giocatori rappresentati da figure del gioco. Partiva dalla figura di Alex Stepney e affermava: “Questo non sa giocare”, e se la metteva in tasca. Passata in rassegna allo stesso modo I'intera squadra, si fermava quando restavano tre soli giocatori: Denis Law, Bobby Charlton e George Best. E poi diceva alla propria squadra: “Se undici giocatori del Liverpool non sono in grado di batterne tre, allora non avete il diritto di indossare la maglia”.

Subbuteo-Storia illustrata della nostalgia, di Daniel Tatarsky. Isbn Edizioni. Pagine 110, € 15,00.

Monday, January 28, 2008

I MEDICI, L'EUTANASIA E LA MORTE DI WOJTYLA (da "Repubblica", Sept 18 - 2007)

Caro Direttore, per ironia della sorte, o per Disegno della Provvidenza, il numero di Micro-Mega che contiene la dettagliata ricostruzione della eutanasia di Karol Wojtyla è uscito lo stesso giorno (venerdì scorso) in cui la Santa Sede ribadiva solennemente che la mancata somministrazione di nutrimento, se necessario per via artificiale -non solo al malato grave, ma perfino ad un corpo umano in stato vegetativo e con encefalogramma piatto - costituiva comportamento eutanasico. Ovvio, perciò, che nei giorni immediatamente successivi, il medico curante di Giovanni Paolo II si sia affrettato a negare le "voci" sulla "buona morte" del pontefice (proprio in una intervista a Orazio La Rocca, pubblicata con grande evidenza da questo giornale).

Il professor Buzzonetti ha preferito non citare il lungo e dettagliato saggio pubblicato da MicroMega, a firma della professoressa Pavanelli, anestesista (già direttore della scuola di specializzazione in Anestesia e rianimazione dell'università di Ferrara), perché, parlando genericamente di "voci", hapotuto cosi evitare di dover entrare nel merito della ricostruzione stessa. Ma è proprio la smentita di Buzzonetti che non smentisce nulla. Non smentisce e non può smentire, infatti, una ricostruzione che la professoressa Pavanelli ha condotto utilizzando esclusivamente documenti ufficiali della Santa Sede e dell'entourage del Papa, e in particolare il libro dello stesso Renato Buzzo-netti ("Lasciatemi andare - la forza nella debolezza di Giovanni Paolo II", edizioni San Paolo, 2006) che riprende, sistematizza e approfondisce i bollettini medici quotidianamente emessi a suo tempo.

Del resto, il professor Buzzonetti si concentra sugli "ultimi istanti" di Karol Wojtyla, benché la professoressa Pavanelli non di auesti "ultimi istanti" si sia occupata, sui quali non avanza alcun rilievo, bensì dei due mesi precedenti la morte del Papa. Lina Pavanelli, infatti, mette aconfronto i dati clinici su questi due mesi forniti da Buzzonetti (e i comunicati del portavoce della Santa Sede Navarro-Valls), con i documenti di etica medica dell'ortodossia cattolica, dall'enciclica "Evangelium vitae" che ha caratterizzato il pontificato di Karol Wojtyla, ai Quaderni di Scienza e Vita, e infine al testo del Comitato nazionale per la bioetica del 30 settembre 2005, in cui la maggioranza cattolica, con il voto contrario di tutti i laici, tentava di imporre le norme dell'"Evangelium vitae" alla legislazione italiana.







Tutti questi testi dicono chiaramente che: 1) l'alimentazione e l'idratazione dei pazienti, anche se in stato vege-tativopersistente, deve essere somministrata comunque; 2) non vi è distinzione tra un atto che affretta la morte e una omissione che provoca la stessa conseguenza: in entrambi i casi si tratta di eutanasia.

La dottrina ufficiale della 'Chiesa (che a molti tra noi laici appare semplicemente mostruosa, perché non rispetta la volontà del malato terminale, nel caso non voglia più soffrire la tortura cui è ormai ridotta la sua vita) è perciò assolutamente chiara: non nutrire artificialmente un paziente, se tale mancata nutrizione affrettala suamor-te, significa partecipare ad un atto eutanasico.

Ora, il dettagliatissimo saggio di Lina Pavanelli dimostra esattamente questo: nelle settimane che precedono la sua morte, Karol Wojtyla diventa progressivamente incapace di alimentarsi, tanto è vero che dimagrisce a vista d'occhio (15 chili secondo l'agenzia AdnKronos, 19 chili secondo la Repubblica, nel giro di due settimane!), ma il sondino nasogastrico per l'alimentazione artificiale gli viene applicato solo "l'ultimo giorno prima del crollo finale".

Giovanni Paolo II, insomma, non è morto ne per una crisi respiratoria ne per il Parkinson, ma a causa di una mancata nutrizione che, se somministrata come da morale cattolica, lo avrebbe fatto vivere più a lungo. Quanto più a lungo non sappiamo, ovviamente. Ma certamente "ancora a lungo".

Non posso qui riprodurre le minuziose argomentazioni cliniche della professoressa Pavanelli, esposte però con una chiarezza didattica tale che anche il non medico riesce a seguirle perfettamente. Il saggio si domanda anche come mai dei medici cattolici abbiano compiuto una scelta incompatibile con il magistero della Chiesa. E anche qui, con una indagine minuziosa e logicamente ineccepibile, la Pavanelli arriva alla conclusione che il rifiuto della nutrizione artificiale non può essere venuto che dalla volontà dello stesso Papa. Se i medici non lo avessero avvertito della situazione e delle conseguenze, o avessero agito senza il suo consenso, infatti, avrebbe compiuto un reato perseguibile penalmente (non un suicidio assistito, ma un omicidio di non-consenziente: un omicidio tout court, insomma). Il che è impensabile.

Che nessuna smentita sia in realtà venuta dalla "smentita" del professore Buzzonetti, è confermato del resto da un episodio tanto sconcertante quanto significativo. Il giorno prima che Buzzonetti concedesse l'intervista a la Repubblica, sulla prima pagina del Corriere della Sera usciva un articolo di Luigi Accattoli, vaticanista notissimo, nel quale si riconosceva la contraddizione insanabile tra dottrina cattolica e mancata nutrizione artificiale del Papa, ma si rispondeva che in realtà tale nutrizione c'era stata, anche se i comunicati ufficiali l'avevano taciuta.

Accattoli accredita tale sua ricostruzione parlando di una personale "inchiesta tra le persone che accostarono il Papa lungo l'ultimo mese". Ora, sarebbe interessante sapere chi sono queste "persone", visto che il capo dello staff medico (cioè delle uni-che persone che potevano inserire il sondino nasogastrico) nella sua intervista del giorno dopo a Repubblica, non fa parola della " scoperta" di Accattoli.

Viene perciò il sacrosanto dubbio che imprecisati, ma evidentemente più che ufficiali, ambienti vaticani, nella veste di ancor più imprecisate "persone", vogliano accreditare in forma ufficiosa una nuova versione ad hoc delle ultime settimane del Papa, visto che quella ufficiale fin qui reiterata non potrebbe sot-trarsi alla circostanziata accusa di eutanasia (secondo la definizione di eutanasia della Chiesa cattolica, sia chiaro).

Ecco perché, la prossima settimana MicroMega organizzerà una conferenza stampa, in cui la professoressa Pavanelli risponderà a tutte le obiezioni con ogni dettaglio possibile. Inutile dire che a tale conferenza stampa, e per un pubblico confronto, MicroMega invita fin da ora il professor Buzzonetti, l'ex portavoce della Santa Sede Navarro-Valls (che oltre tutto è medico) e il suo successore padre Lombardi, Luigi Accattoli, e tutte le "persone" che hanno assistito Karol Wojtyla nelle ultime settimane di vita.

LA DOLCE MORTE DI PAPA WOJTYLA. UNA RISPOSTA (da "MicroMega", Sept 17 - 2007)

«La dolce morte di papa Wojtyla», il mio articolo comparso sull’ultimo numero di MicroMega, ha già provocato numerose reazioni. Sulla stampa nazionale sono comparse, fino ad ora, due pubblicazioni di rilievo: l’articolo di Luigi Accattoli sul Corriere della Sera del 15 settembre, dal titolo «Quel sondino che nutriva Wojtyla (ma l’annuncio arrivò molto dopo)», e l’intervista di Orazio La Rocca al medico personale di Karol Wojtyla, il prof. Renato Buzzonetti, «Così mori papa Wojtyla», comparsa su la Repubblica il 16 settembre.

Sento la necessità dare una breve risposta ad entrambe.

Il primo pezzo è un’inchiesta "tra le persone che accostarono il Papa nell’ ultimo mese". Propone una ricostruzione "giornalistica" della "vicenda del sondino" in cui si afferma che - anche se non è stato comunicato ufficialmente - il papa è stato nutrito saltuariamente per via enterale. In base a tale ricostruzione, il sondino naso-gastrico sarebbe stato inserito e tolto più volte. L’informazione, così come viene presentata, è imbarazzante da commentare da un punto di vista medico: ci troviamo di fronte ad una situazione in cui il paziente già defedato, che non è e non sarà mai più in grado di alimentarsi autonomamente, viene sottoposto ad un trattamento che comporta procedure ripetute che, per la patologia che lo affligge, sicuramente lo tormentano e che, a causa delle interruzioni, è di un’efficacia molto ridotta.

Se anche le informazioni fornite ad Accattoli fossero vere, il dato fondamentale rimane inalterato: per qualche motivo, nel periodo che va dal 2 febbraio al 30 marzo il Santo Padre non è stato nutrito a sufficienza, e per questo è andato incontro ad un grave deficit nutrizionale. Lo affermano le fonti d’agenzia di allora, mai smentite. Lo conferma il prof. Buzzonetti nel suo libro. L’archiatra pontificio ripete oltretutto proprio ieri (su la Repubblica) che il papa "da quel giorno (30 marzo) fu sottoposto a nutrizione enterale mediante il posizionamento permanente di un sondino naso-gastrico perché non era più nelle condizioni di nutrirsi per via orale." La frase non è ambigua: mi sembra voglia dire chiaramente che l’alimentazione enterale è stata iniziata proprio quel giorno. Se così non fosse, è sufficiente che lo spieghi. Per quel che mi riguarda, non posso che rimanere sconcertata di fronte alla discordanza fra la fonte ufficiale e quelle ufficiose.

S’è poi un passaggio, nell’ articolo di Accattoli, su cui desidero fare una precisazione. È il punto dove dice: "La Pavanelli viene a esprimere comprensione per il comportamento dei medici, che - constatando la gravità della situazione del papa ormai senza prospettive di guarigione - l’avrebbero lasciato deperire giorno dopo giorno". Vorrei specificare che la mia comprensione non è nei confronti di persone che hanno "lasciato che il paziente deperisse", ma è dovuta al fatto che intuisco i motivi per cui non hanno potuto impedire che ciò accadesse.





Nell’articolo-intervista di Orazio La Rocca al prof. Buzzonetti non ci sono riferimenti diretti al mio lavoro. L’archiatra pontificio afferma di aver deciso di parlare, a distanza di due anni, "per controbattere quelle voci che si sono recentemente levate per avanzare dubbi e sospetti intorno agli ultimi istanti di vita di Karol Wojtyla".

Non so a chi si riferisca dicendo "quelle voci". Ho seri dubbi che si tratti del mio articolo e, a dir la verità, dubito anche che fosse a conoscenza del contenuto. Chi l’ha letto infatti sa che non ho mai messo in dubbio l’adeguatezza e la tempestività delle cure somministrate negli ultimi giorni di vita del Santo Padre. Al contrario, sono convinta che in quel frangente sia stato fatto per il paziente tutto il possibile, e che probabilmente nessuno avrebbe potuto fare di meglio.

Il mio saggio non si occupa delle ultime ore di vita di Karol Wojtyla, e nemmeno del suo atteggiamento nell’imminenza della morte o del comportamento dei medici. Il testo ricostruisce sì il decorso clinico del paziente - e riporta perciò anche alcune notizie relative gli ultimi giorni della sua vita - però si occupa essenzialmente dei due mesi precedenti l’evento acuto finale.

Nell’intervista a la Repubblica il prof. Buzzonetti parla invece solo degli ultimi giorni e delle ultime ore. Discute del significato che può aver avuto la frase "lasciatemi andare" e della qualità della sua comunicazione personale con il paziente. Precisa che non si è trattato di "una richiesta indiretta di eutanasia rivolta ai medici". La Rocca fa poi domande sempre concentrate sulle ultime ore o sul senso di questa frase di Wojtyla, sulla possibilità che essa contraddica o no la sua dottrina. Ipotizza una possibile "interruzione di cure" allo stadio finale, quando il paziente non fu portato in ospedale.

Tutto ciò può interessare. Questi argomenti sono però totalmente estranei a ciò di cui ho scritto nel mio articolo, come pure alle questioni che esso solleva. Il mio interesse è focalizzato sul periodo che precede il 30 marzo. L’analisi delle informazioni di cui dispongo mi ha portato a concludere che, per qualche ragione non spiegata da motivi clinici, nei due mesi antecedenti la morte, il paziente non ha ricevuto una quantità di nutrimento sufficiente e non ha usufruito in tempo utile di quei presidi terapeutici che sono normali per molti malati con patologie simili. In seguito a queste mancanze, il suo organismo è andato incontro ad un grave decadimento globale con conseguente marcato dimagramento e - soprattutto - ad una depressione del sistema immunitario. La somma di questi fattori ha determinato la gravità dell’infezione che ha portato il paziente a morte.

In attesa di prove che dimostrino il contrario, rimango di questa opinione. Come medico, ritengo questa la versione più attendibile.