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Da due giorni, a fasi alterne, mi perdo a leggere le storie di cervelli in fuga raccontate su Repubblica.it. Ormai hanno superato il migliaio, e a ogni racconto che si aggiunge crescono i tormenti, la rabbia, l’incredulità. Non riesco a credere che questo paese – specialmente negli ultimi vent’anni, ma in realtà per tutta la storia repubblicana – abbia avuto una classe dirigente, dai politici agli imprenditori, che ha fatto tutto il possibile per ipotecare il futuro.
Giovani con un dottorato in tasca che da noi non riescono a trovare uno sbocco né in università né presso i privati, che di un dottore non sanno bene che farsene. Qualcuno si ostina a sperare, e fino a quarant’anni “tira la carretta” al suo mentore, di solito un professore ordinario non lontano dalla settantina, guadagnando poco più di mille euro al mese. Mentre il suo compagno di corso, ugualmente brillante, decide di provare l’avventura all’estero. E a quarant’anni si trova in cattedra – in Germania, in Olanda, in Francia, negli Stati Uniti – perché ha avuto i fondi per fare ricerca d’avanguardia, perché ha potuto lavorare, pubblicare, darsi da fare. Perché se qualcuno non lo avesse capito questi giovani stanno cercando un’opportunità per lavorare, non per girarsi i pollici…
Sono tante le cose che ti frullano in mente davanti a tante testimonianze. La prima è che stiamo assistendo a un flusso migratorio imbarazzante per un paese che si vanta di essere nel G8: all’inizio del Novecento, l’italiano che emigrava era quello con le scarpe bucate e la scatola di cartone; oggi sono i dottori di ricerca, gli ingegneri, i fisici, i matematici. In cambio importiamo – e continueremo a farlo, checché lo vogliano i leghisti – badanti, ambulanti e manodopera non qualificata.
Il secondo pensierino è puramente contabile: dato che uno studente, dall’asilo alla laurea, ci costa da 200.000 a 250.000 euro – li costa allo Stato – a occhio e croce solo con questi mille abbiamo regalato ad altri almeno 200 milioni di euro. E non mi sembra che questo paese sia così in salute, sotto il profilo economico-finanziario, da poter permettere omaggi così onerosi.
Poi penso che in altri paesi continua a esserci un’altissima considerazione del lavoro degli scienziati, o meglio degli studiosi in genere. Da noi, invece, sono considerati quasi un fardello. C’è chi invoca di mandarli a lavorare, chi pensa “poveretti”. E mentre i vertici si riempiono la bocca di formule ambiziose come “innovazione” e “società della conoscenza”, la realtà ci vede correre incontro al passato a una velocità sconfortante.
Questa mattina, uscendo di casa, ho trovato una lussuosissima macchina nera parcheggiata in doppia fila accanto alla mia. Full optional, 3500 cc di cilindrata. Mentre cercavo il proprietario per chiedergli di spostarla, dal negozio di fianco è uscito il macellaio sfilandosi di corsa il camice bianco e aprendo le portiere luccicanti con il telecomando. Con tutto il rispetto per un lavoro fatto di sudore e sacrifici, non riesco a fare a meno di pensare che un professore associato in Italia guadagna 1900 euro al mese dopo quattro anni di anzianità. Di solito a questo livello di carriera ci si arriva a cinquant’anni, o giù di lì, e in Università ci si va con una Panda vecchia di dodici anni. Chissà, mi sono detto, magari il figlio del macellaio studierà e, ragazzo brillante e di talento, proverà una carriera universitaria. Per trovarsi, a quarant’anni, a dover fare affidamento sui risparmi del padre – orgoglioso di quel figlio scienziato come mio padre operaio lo era di me – per sbarcare il lunario.
E questo è l’ultimo pensierino della giornata: un paese in cui l’istruzione non è più un mezzo di promozione sociale è un paese condannato al declino.
www.cattaneo-lescienze.blogautore.espresso.repubblica.it/2008/11/18/mille-testimoni-scomodi
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Tuesday, November 18, 2008
Mille testimoni scomodi (da "Espresso.it", November 17, 2008)
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Wednesday, November 5, 2008
La rivincita dell'intelligenza (da "Repubblica.it", November 05, 2008)
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Confesso qualche commozione molto poco professionale, e molto diversa dal cinismo che a volte noi giornalisti affettiamo, nell'ascoltare la network Fox, quella che disperatamente e sfacciatamente ha fatto campagna di calunnie e di montature contro Obama "il terrorista, marxista, mussulmano, radicale" e che mi sono crudelmente goduto per ore nel suo calvario, ha annunciato alle 23 di ieri che l'America avrebbe avuto, per la prima volta nella propria storia, un Presidente di etnia mista africana ed europea.
Nella sua vittoria, e nella insurrezione nazionale e pacifica contro gli otto anni del peggior governo repubblicano che l'America avesse conosciuto dal quadriennio di Herbert Hoover, il padre della Grande Depressione, c'è il riscatto non della sinistra contro la destra, non dei "migliori" contro i "peggiori", perché in democrazia non ci sono "superiori" e "inferiori" e il voto del Rettore Magnifico conta quanto quello del fattorino che gli porta il caffè.
Il successo di Barack Hussein Obama è anche qualcosa di più importante dell'ormai inevitabile riconoscimento che nel club più esclusivo del mondo, quello che ha visto ammessi soltanto 41 uomini bianchi (per 43 presidenze) in duecento vent'anni non potevano non entrare cittadini con volti, e domani con sesso, diversi e più simili al volto dell'America, è la rivincita dell'intelligenza e della preparazione sul mito dell'"uomo qualunque" e della banalizzazione delle istituzioni.
Non sappiamo, e nessuno lo può dire, se Barack Hussein Obama sarà un buon presidente, se riacciufferà l'economia americana dall'abisso nel quale sta precipitando e dove trascinerebbe anche noi (la produzione industriale americana in ottobre è diminuita del 26%, un quarto, questo per coloro che ci ripetevano che la crisi della finanza non era la crisi dell'economia reale), se ritesserà la maglia di amicizia e di stima internazionale che Bush ha lacerato nonostante la piaggeria degli inutili cortigiani alla Berlusconi, se sarà una delusione come Carter o un successo come il vecchio, prudente Bush.
Ma sappiamo che finalmente nello Studio Ovale siederà qualcuno che conosce la differenza fra un libro e una sega a motore, che non considera la cultura e la sintassi come espressioni di "fighettismo", secondo l'atroce neologismo caro ai duri e puri. Non uno "come me", ma uno migliore di me, capace di ascoltare, ma anche di riflettere e di circondarsi di persone delle quali non teme la concorrenza, perché non soffre di complessi di inferiorità.

Molto abbiamo detto, scritto e ascoltato, da mesi ormai, sulla straordinaria novità di un presidente afro americano, insieme bianco (la parte di lui che sempre si dimentica) e nero, ed è ovvia la lezione - anzi, la sberla - che la democrazia americana ha dato ai miserabili sfruttatori delle paure razziali e del provincialismo identitario che oggi purtroppo spadroneggiano in Europa. O che fecero dire in un telegiornale de La7 al Presidente della Camera italiana, onorevole Gianfranco Fini, che l'America non avrebbe mai eletto "un nero". Ma la promessa di Obama è più della etnia, della storia personale, della capacità di superare l'handicap di un nome tremendo come Hussein, è la stessa che fece di Kennedy l'uomo che fermò il mondo a un passo dall'olocausto nucleare leggendo e rileggendo "I cannoni d'Agosto" il libro di una storica americana, Barbara Tuchman, che raccontava come la guerra sia la marcia della follia verso il disastro. E rispondendo di no ai generali che raccomandavano l'invasione dell'isola.
L'elettorato americano ha punito il partito Bush, dando, insieme con la Casa Bianca, una schiacciante maggioranza di seggi si Democratici nella Camera e nel Senato. Ha respinto otto anni di mediocrità spacciata per grande visione morale, ha rifiutato offeso l'assurda candidatura di una governatrice di provincia che le donne americane hanno preso come un insulto, portato da chi - maschilisticamente - crede che le donne votino soltanto nel segno del loro genere e non nella scelta della persona migliore per loro stesse e le loro famiglie. Ma soprattutto ha detto che era stanco di essere trattato come un gregge di idioti contenti di essere governati da un compagno di bicchierate che li fa sentire meno stupidi. La democrazia non deve scegliere geni o premi Nobel ma neppure cadere nella tentazione del gioco al ribasso e all'instupidimento collettivo dei venditori di barzellette e di perline.
God bless America. Sia benedetta l'America che ha ritrovato la forza per credere nella democrazia e la persona per raccogliere in maniera civile e intelligente l'onda dell'antipolitica che anche qui si era alzata.
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Monday, October 27, 2008
Glimmers of Hope in Cite Soleil (da "washingtonpost.com", February 02, 2006)
Cite Soleil has long been a poster child for the poorest of the poor. It is a slum of Haiti, one of the poorest countries in Western Hemisphere. But in the last few years, it has been changing its image. This slum on the edge of Port-au-Prince is also becoming one of the most dangerous poor places in the Western Hemisphere.
In the last few months kidnappings, shootings and robbery have led people to refer to it as a cross between Baghdad and Mogadishu. Every few blocks is controlled by different gang leaders; the number of gangs is said to exceed 32. Stuck in the middle of the slum are United Nations forces, Jordanians who would rather be in places like Ethiopia. When two Jordanian soldiers were killed last week, their mothers in Jordan began to ask: Why are our sons in Haiti?
The answer is simple. Haiti is in desperate need of help -- help from an international community that has deserted the country's citizens time and time again.
As you walk through a section of Cite Soleil under the watchful eye of local gang leader Tin Blanc (Little White Man), he attempts to show how he and his colleagues are forced to fight in order to improve their living conditions.
Stepping over garbage -- through a type of mud that perhaps began as clean water but now seems to be a type of sewage cement -- it's obvious that the infrastructure here has seen better days.
One of the more amazing sights is the children in their school uniforms. In a place where there is more dirt than pavement, the school uniforms remain immaculate. Pressed and cleaned, the children make their way through daily obstacles to school.
It's said that the slum's population has begun to leave due to the violence. And it seems true that streets once packed from side to side and top to bottom now have more breathing room. But as you look down an alley and pass through grated metal, your shoulders scraping the wall, you find yourself in someone's courtyard with very little room to breathe, let alone live.
Stepping over roaming pigs and glimpsing into one-room homes, it becomes evident that life here is a struggle. Tin Blanc speaks of fighting as a pacifist for change. He has hope that his candidate and the candidate of the people, René Préval, will turn things around for the better. These words have been spoken before of populist priest Jean-Bertrande Aristide, who was overthrown two years ago amid a loss of support from his base and a strengthening of his enemies. Cite Soleil was one of his strongholds -- when he left, some of its inhabitants' dreams and hopes left with him.
The people here constantly sing songs that reflect both eternal optimism and an ever-present idea of defeat. They have little to look forward to. But the streets of Cite Soleil became a little brighter as people demonstrated for their man, René Préval. As marchers passed the bunkered and sandbagged Jordanian base, the energy rose ever higher. First one, then a few others dared to approach the tank-like APCs of the U.N. soldiers. The people vented their anger toward the U.N. for everything they thought was wrong.
As hundreds danced in the streets singing songs for Préval and waving flags, there was one person missing -- the candidate. He was represented on flags and T-shirts, but had no intention of coming into the city. In fact, he has not campaigned here at all. People speculate that either he knows he has all their votes, or that it is simply too dangerous to venture there, even to meet his supporters.
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A true story of violence and power in Haiti: Cité-Soleil (da "boston.com", October 27, 2008)
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The Cité-Soleil shantytown in Port-au-Prince has been the scene of deadly clashes between armed groups and UN forces. Local people live in abject poverty against a backdrop of violence, without even basic services to make their lives more bearable.
Situated on the outskirts of the capital, Port-au-Prince, Cité-Soleil is home to 200,000 to 300,000 people, the great majority of whom live in extreme poverty. Since 2004 it has been the scene of periodic clashes between the United Nations Stabilization Mission in Haiti (MINUSTAH) and armed groups entrenched in the shantytown.
In 2004, Haiti's president, Jean-Bertrand Aristide, and his Lavalas political party were under siege from anti-government rebels. Citizens were protesting in the streets. To help stave off insurgency, Aristide recruited armed gangs, which became known as the Chimères, from Port-au-Prince's Cité Soleil neighborhood, a vast slum the United Nations had called "the most dangerous place on earth."
Into the danger went the Danish director Asger Leth and his documentary crew. Looking for a story, Leth appears to have gotten a pile of good ones. He had amazing access not just to the Chimères but also the top of the rebel movement after it swept into power. But he's made a confusing mess of the findings, looking for humanity in the wrong places. The resulting film, "The Ghosts of Cité Soleil," gives us a full, blasting profile not of the people living among the warlords but of the warlords themselves, two of them, a pair of brothers near the top of the Chimères.
One is Haitian 2pac. The other is Bily. Leth includes quiet moments with Haitian 2pac telling the camera "You gotta have dreams." He seems high and incoherent. When he tells us he thinks the younger Bily could be president, the movie seems headed toward an interesting dichotomy, especially after we meet him. He's more thoughtful and articulate, explaining what drives an impoverished person to lead a thug's life. He says he and the rest of the Chimères leadership represent Cité Soleil's 300,000 or so residents. But they just seem to be two different kinds of dangerous.
For good moral measure, Leth introduces us to a French relief worker, who reads from her diary and works at one of the too few hospitals, making house calls and cleaning up gang messes. She has access to the two brothers and tries to keep them from typical gangland recriminations, but she seems to be fueling a feud between them. Yes, that's her partying it up with 2pac in one scene, in his bed the next, and telling Bily that, alas, she's sleeping with 2pac. So amid the political turmoil, there is also "Jerry Springer" melodrama.
The film is shot and edited in the staccato key of hip-hop video. 2pac and others rap to the camera, they blow clouds of smoke into the camera, they point their guns at the camera. They make bragging threats into the camera ("I'll eat you alive and no one will ever know," 2pac says). On the streets, when he drives by, speakers blaring, rifle in his lap, crowds form outside the car, some straining to get a look at the camera. They're certainly performing for him. The flattery appears to go both ways. The film speaks their language.
I've been arguing for a return to real style in non-fiction filmmaking but that seems put to misguided ends here: This is a movie the two brothers and their minions would be proud of. Eventually, you're forced to wonder what Leth's presence is bringing out of these gangstas. You also wonder if the camera is part of some ironic deal: They keep him safe. He makes them feel like they're starring in their own "City of God".
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Saturday, October 25, 2008
Banca Furbetti (da "espresso.it", October 24, 2008)
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Da Intesa al Monte Paschi. Da Unicredito all'Antonveneta... Hanno eluso oltre 3 miliardi di euro al fisco. E ora chiedono aiuto allo Stato
Tra di loro, gli gnomi della finanza londinese lo chiamano 'trading fiscale', ovvero vendita di derivati con un solo scopo: permettere al cliente di risparmiare una montagna di soldi sulle tasse. Ma le banche italiane che negli ultimi anni si sono rimpinzate di questi contratti non userebbero mai una definizione così spiccia. Sarebbe come ammettere che hanno volontariamente sottratto al Fisco centinaia di milioni, sfruttando i trattati bilaterali che vietano la doppia imposizione. Un giochetto che, secondo quanto risulta a 'L'espresso' (venuto in possesso di documentazione riservata tra contratti, memorandum fiscali e analisi confidenziali sulla clientela italiana), avrebbe permesso ad alcuni tra i maggiori istituti di credito di casa nostra risparmi fiscali per non meno di 3 miliardi e mezzo di euro negli ultimi cinque anni. Una cifra che forse meriterebbe una qualche riflessione in tempi nei quali lo Stato corre a garantire le banche con i soldi dei contribuenti.
Il marchingegno che sta alla base di questi profitti, se fosse stato sottoposto a un parere dell'Agenzia delle entrate, sarebbe stato probabilmente vietato. Come ha fatto quest'estate il fisco Usa, dopo che una commissione d'inchiesta del Senato ha svelato i segreti del 'trading fiscale'. Le autorità statunitensi su questi contratti hanno intimato lo stop ai loro banchieri, arrivando perfino a minacciare la galera. Saranno stati un po' brutali, gli sceriffi del fisco americano, ma non dovevano avere tutti i torti se poi un venditore seriale di questi bond 'taglia-tasse' come Deutsche Bank ha improvvisamente smesso di proporli anche in Italia.
DA LONDRA CON LA VALIGETTA Ogni mercato, anche il più riservato, ha i suoi venditori e i suoi compratori. Quello 'fiscale' non fa eccezione, se non per il fatto che su ogni singolo contratto ballano cifre che possono toccare 1,3 miliardi in pochi mesi. All'inizio degli anni Duemila, alcuni banchieri con sede a Londra cominciano a bussare alla porta degli 'investment manager' delle nostre banche. Lavorano per grandi firme come Dresdner Kleinwort, Barclays Capital, Lehman Brothers, Deutsche Bank e Credit Suisse, e propongono dei 'repo' (pronti contro termine) così strutturati. La banca italiana investe in titoli non quotati emessi da una società fiscalmente residente nel Regno Unito o in Lussemburgo e controllata dalla banca straniera che ha proposto l'affare. Alla scadenza del contratto, l'istituto estero s'impegna a ricomprare il bond a un prezzo prestabilito. Nel frattempo, la banca italiana ha diritto a percepire gl'interessi sui titoli di debito e le eventuali cedole. I contratti durano da 2 a 11 mesi, in modo da non dover finire nei bilanci. Vista l'aria che tira, la prima domanda che ci si fa di fronte a questi contratti è se le banche italiane stiano rischiando i soldi dei loro clienti in strumenti pericolosi. La risposta è: assolutamente no. Stanno solo risparmiando sulle tasse. E anche parecchio. 
IL BELLO DEL CEDOLONE La parte sugosa di queste operazioni è quella che nei contratti viene sbrigativamente accennata al punto 'eventuali cedole', da concordare di volta in volta e magari solo al telefono. Come spiega a 'L'espresso' un banchiere che ha venduto decine di questi prodotti, "la cedola in realtà non è mai eventuale, ma è una costante di questi pronti contro termine". E soprattutto, spesso non è neppure una cedola del 10 per cento, come si legge in qualche brochure riservata, ma un dividendo che può oscillare tra il 35 e il 40 per cento. Insomma, come riassume un altro gnomo, "alla fine il repo può andare più o meno bene, ma il vero business è sul suo collaterale, ovvero la spartizione tra banca estera e banca italiana delle plusvalenze e delle cedole che ci si scambia nel corso del contratto". Vediamo come funziona. Se una banca fa un miliardo di utili in Italia, deve girare al Fisco circa 310 milioni di euro. Ma se gli utili vengono realizzati in un paese che ha un trattato fiscale con Roma che vieta la doppia imposizione, come il Lussemburgo o il Regno Unito, allora il discorso cambia. La banca italiana può decidere di puntare il suo miliardo su un'obbligazione estera non quotata e incassare gli utili sul 'collaterale', dopo di che basta che conservi la ricevuta della ritenuta d'acconto inglese, pari al 10 per cento, e gli obblighi fiscali sono terminati. Rifacciamo i conti ed ecco la prima convenienza di tutto il marchingegno: sui frutti del 'collaterale', che magari ammontano a 330-400 milioni, si risparmia il 20 per cento circa di tasse (35 meno 10) grazie al divieto di doppia imposizione. È questa differenza che ha creato oltre 3 miliardi e mezzo di minor gettito in cinque anni dalle banche al Fisco. E come viene diviso questo 20 per cento di 'utile fiscale'? Secondo quanto hanno spiegato fonti estere a 'L'espresso', un terzo se lo tiene la banca straniera e due terzi vanno a quella italiana. Una spartizione singolare per istituzioni abituate a operare tra loro con commissioni percentuali approssimate alla virgola.
La LEGAL OPINION Le banche italiane che hanno stipulato questi contratti si sono limitate a depositare in qualche loro cassetto delle dotte 'legal opinion' (le più gettonate sono quelle dell'avvocato Renato Paternollo, dello studio Freshfields), nel caso saltasse fuori qualcosa e l'Agenzia delle entrate sospettasse comportamenti elusivi o fraudolenti. C'è però una considerazione svolta dai loro stessi consulenti che merita di essere qui riportata: "L'amministrazione finanziaria italiana non ha finora fornito chiarimenti sul credito d'imposta per i redditi prodotti all'estero e non si può escludere che l'amministrazione si attenga a una diversa interpretazione delle norme anti-elusione, nel caso in cui avesse occasione di analizzare tali operazioni nel corso di un accertamento". Tradotto dal giuridichese: care banche italiane, fate pure questi contratti, ma se poi vi beccano potreste avere qualche grana (e noi consulenti fiscali ve l'avevamo detto). Abbiamo girato i contratti anche a uno dei massimi tributaristi italiani e la risposta è stata secca: "È un pratica elusiva, perché sono venduti apertamente come strumenti del 'dividend stripping'". Ovvero, sono delle specie di arbitraggi fiscali, con i quali le controparti si scambiano i diritti di usufrutto su un bond, vestendoli e rivestendoli ora da dividendo, ora da plusvalenza, ora da interessi, ma sempre a seconda delle reciproche convenienze tributarie.
BENEDETTE BROCHURE Il punto è che le opinioni legali acquisite dalle banche erano a corredo dei contratti. Ma i contratti sono stati venduti in Italia consegnando ai clienti delle 'brochure' ben più esplicite e che forse i consulenti fiscali non hanno visto . In una presentazione di un banca estera datata giugno 2007 e relativa a un investimento in Lussemburgo, ad esempio, si spiega che l'investitore godrà di una serie di benefici fiscali dei quali non godrebbe in Italia. E non ci vuole uno scienziato del marketing per capire che quella pagina di 'Tax considerations' che illustra l'operazione è il vero appeal di un investimento che non viene minimamente propagandato per il suo valore finanziario.
ECCO CHI LI HA COMPRATI 'L'espresso' ha ottenuto un documento confidenziale di una banca estera nel quale si fa il punto sul mercato italiano e sui concorrenti. Se ne ricava che contratti del tipo sopra spiegato sono stati sottoscritti da Abax-Credem, Antonveneta, Carige, Interbanca, Intesa San Paolo, Monte dei Paschi, Popolare di Milano, Popolare Verona e Popolare Vicentina. In un contratto del marzo 2008, del valore nominale di 800 milioni di euro, lo schema è addirittura quadrangolare e vede in campo Unicredito come investitore, la sede londinese della sua controllata tedesca Hypo-Verein come custode dei titoli, la sede londinese della Dresdner Bank come proponente del contratto e una oscura società di Gibilterra di nome Patara Finance come emittente del bond (nel contratto c'è scritto che Patara "non è controllata di Dresdner, ma entra nel suo bilancio consolidato"). Sempre nel memorandum di mercato si legge che alcune banche hanno respinto l'offerta e per questo sono bollate come "estremamente prudenti" (è il caso di Mediobanca). Mentre altre hanno declinato perché non avevano 'capacità fiscale', ovvero utili da abbattere. E quello della 'tax capability' è indicato come il requisito fondamentale della banca italiana da abbordare. La discriminante della 'capacità fiscale' tradisce così l'elemento chiave di questi contratti e spiega come si possano generare 'cedoloni' del 40 per cento in pochi mesi. Facciamo una pura ipotesi: in un certo anno, il gruppo italiano 'XYZ' ha fatto a casa sua utili per un miliardo e dovrebbe pagarvi sopra oltre 300 milioni di tasse. Se però ne investe una bella fetta, diciamo 900 milioni, su un pronti contro termine che 'purtroppo' dopo tre mesi perde metà del capitale investito, in questo modo abbatte l'imponibile di un bel po'. I soldi però rientrano dalla finestra sul 'collaterale' del bond andato male, dove invece si guadagna una maxi-cedola da 300 milioni e sulla quale, per giunta, si pagherà solo il 10 per cento d'imposta alle autorità inglesi. Per ora si tratta di una semplice ipotesi giornalistica, ma i contratti in mano a 'L'espresso' potrebbero tranquillamente essere gestiti anche in questo modo. Se fosse così, non saremmo più di fronte a una forma di elusione, ma a un modo fraudolento di far sparire gli utili montando operazioni fittizie. Volendo invece sperare che le cose non sia andate in questa maniera, resta il giallo di tutta quell'enfasi sulla 'tax capability' del cliente italiano. Perché se questi contratti non sono neppure 'trading fiscale', davvero non se ne capisce il senso. E tutta questa attività delle banche straniere in Italia avrebbe la stessa ragionevolezza di un pressing della Pfizer sui pediatri perché prescrivano il Viagra.
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Wednesday, October 15, 2008
E' ora di cambiare le regole: si dia spazio alla finanza etica (da "repubblica.it", October 14, 2008)
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Per anni Banca Etica è cresciuta a dispetto di un sistema che classificava i suoi investimenti come BB-, "spazzatura", ricorda il presidente Fabio Salviato. Senonché poi si è scoperto che la spazzatura vera era altrove, immessa nel mercato con lusinghieri e rassicuranti rating 'tripla A'. "Siamo arrivati al paradosso per cui si è puniti se si sostiene l'economia reale e premiati se si specula, vengono disincentivati i finanziamenti all'economia sociale ma si permette la piena operatività sul mercato dei derivati perché non regolamentato", dice Salviato.
E adesso, nel pieno della bufera finanziaria che ha bruciato miliardi in tutto il mondo, premiata dai risparmiatori che negli ultimi due mesi hanno fatto registrare un aumento del 100 per cento dell'apertura di conti correnti, Banca Etica ha deciso di cogliere l'occasione non per dire "siamo i più bravi", ma per chiedere una revisione delle regole che penalizzano una realtà economica sana e che hanno permesso a istituzioni finanziarie non altrettanto scrupolose e trasparenti di gettare i mercati nel panico e di costringere i governi a massicce iniezioni di liquidità per evitare una rovina analoga a quella del '29.
Voi lamentate come in tutti questi anni le imprese finanziate da Banca Etica siano state considerate estremamente rischiose, e per questo penalizzate.
"Noi rappresentiamo le imprese non profit , comprese le parrocchie, per esempio. Lei ha mai visto una parrocchia che fallisce? Le nostre imprese presentano un tasso di sofferenza del 0,3% lordo. Noi finanziamo gran parte di quelle imprese che vengono considerate nel sistema del Terzo settore: per questa ragione dalla regolamentazione italiana e internazionale i nostri investimenti vengono considerati a rischio massimo, e penalizzati da difficoltà indicibili nella concessione del credito. Le valutazioni fatte dagli analisti non tengono conto dei piani di sviluppo a medio e lungo termine delle imprese richiedenti, ma badano all'utile immediato senza dare peso al grande valore sociale intrinseco in certe produzioni o in scelte di posizionamento nella comunità locale. E allora bisogna che ci mettiamo d'accordo su queste regole: non è possibile che chi fa economia reale, crea posti di lavoro, milioni di ettari di agricoltura biologica che impiegano il doppio dei dipendenti della Fiat, sia considerato a rischio massimo, e gli altri no. Bisogna rivedere queste regole e privilegiare criteri come i nostri, che hanno dimostrato di essere una buona prassi. Le regole attuali sono quelle che hanno contribuito a portarci a questa catastrofe".
Quali regole in particolare andrebbero modificate secondo voi, e come?
"La normativa Ias (i principi contabili internazionale, ndr) considera le imprese ai valori di mercato, come se si dovesse vendere ora. Perché non torniamo alle origini, considerato che le banche sono nate in Italia proprio grazie a San Francesco? Torniano al principio della sana e prudente gestione. Oggi con questi criteri inoltre non abbiamo strumenti con i quali far fronte alle speculazioni. Le regole vanno riviste, in un'ottica di maggiore protezione. Devono essere applicate a tutti: in questo momento è come se avessimo le autoambulanze costrette a fermarsi ai semafori e le Ferrari che possono sfrecciare a 300 all'ora. Infatti le banche d'investimento americane tipo Lehman Brothers non sono assoggettate a nessuna regola: ricevevano la tripla A, emettavano le obbligazioni che valevano più dei titoli di Stato italiani".
E quindi, come dovrebbe cambiare il sistema finanziario?
"Intanto la banca deve ricominciare a fare la banca: negli ultimi venti anni le banche hanno smesso di fare il loro ruolo, che era quello di raccogliere risparmio e dare fiducia agli imprenditori o ai privati, e hanno fatto sempre più finanza, non credito, alimentando con danaro il mercato finanziario con percentuali sempre più alte, favorendo la diffusione di derivati e altri prodotti altamente speculativi. E invece la banca deve tornare ad essere un soggetto che va a finanziare l'economia reale, naturalmente a ragion veduta".
Il problema è anche la trasparenza.
"La percezione attuale che si ha del sistema bancario è che ci sia una sorta di opacità. Quando l'Fbi ha cercato di trovare gli speculatori che in America avevano scommesso al ribasso contro alcuni titoli, compreso American Airlines, cinque giorni prima dell'11 settembre, guadagnando un miliardo e 400 milioni di dollari, non c'è riuscita, perché i colpevoli si sono persi nei paradisi fiscali. La trasparenza deve essere uno degli elementi che ci caratterizza, anche, e non solo, per evitare il riciclaggio della malavita: i paradisi fiscali rappresentano elementi di opacità. La trasparenza significa anche che il risparmiatore deve capire come viene investito il proprio danaro".
Il risparmiatore italiano però ha una cultura finanziaria quasi inesistente, tende ad accettare qualunque cosa gli propongano banca e consulente finanziario, senza rendersi conto dei margini di rischio.
"E' vero che nostri cittadini spesso hanno un rapporto poco responsabile verso la finanza. Però questo atteggiamento deriva anche dal rapporto di fiducia che c'è sempre stato verso la banca. Da un lato serve maggior trasparenza da parte delle banche, ma dall'altra anche il risparmiatore-investitore deve pretendere di avere maggiori informazioni, e deve conoscere alcune regole fondamentali: se io investo in un prodotto finanziario che rende molto più della media, è evidente che sto rischiando di più. Fatte salve le responsabilità del sistema finanziario, anche il risparmiatore deve assumersi le sue responsabilità".
Anche se voi siete una banca sana, non avete investito in derivati o in altri prodotti a rischio, il crollo dei mercati vi ha comunque danneggiati?
"Noi comunque siamo dentro il mercato, e quindi ne viviamo anche le pertubazioni, ma avendo una politica secondo la quale la raccolta viene utilizzata per i finanziamenti, e il resto rimane in tesoreria, investito principalmente in titoli di Stato, siamo tranquilli. E siamo anche una banca molto liquida, con una raccolta diretta di 550 milioni e indiretta di 100 milioni e impieghi per 400 milioni. Una gestione che ci ha premiati: in questo periodo stiamo assistendo all'apertura di conti correnti 10 superiore rispetto a un mese fa. Anzi, siamo in controtendenza perché stiamo avviando una nuova importante iniziativa".
Di che si tratta?
"Stiamo per realizzare la prima banca etica europea con francesi e spagnoli, utilizzando un modello cooperativo, in base a una legge europea del 2003. Avrà sede in Italia, e sarà controllata dalla Banca d'Italia. Quindi tutto sommato, a modo nostro, tuteliamo anche l'italianità: il nostro modello cooperativo è stato riconosciuto come interessante da altri Paesi, nei quali era ormai scomparso. Come pure il sistema di premiare gli investimenti 'sostenibili', assicurando migliori condizioni di credito a chi migliora l'ambiente o fa investimenti di particolare valore sociale".
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Tomatogeezer
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12:37 AM
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Monday, October 13, 2008
The Olduvai Theory (da "alternativo.splinder.com", October 13, 2008)
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Tutti i segnali della imminente fine della civiltà industriale sono arrivati: il petrolio ha avuto il suo picco di produzione da qualche mese (senza fertilizzanti dal petrolio, la fertilità dei terreni calerà in pochi anni del 90%, entro 50 anni da oggi necessariamente si tornerà a 4 miliardi di umani), il gas avrà il suo picco entro il 2011, l'uranio per usi civili ha meno di 20 anni di vita, il carbone meno di 50, eolico e solare sono ininfluenti e dal 2015 nessuno stato avrà risorse per fabbricare nuovi impianti di "rinnovabili"; i mercati finanziari saranno spazzati via tra il 2008 ed il 2010, la disoccupazione aumenterà verticalmente, il sistema bancario e quello industriale collasseranno entro il 2015, gli stati avranno sconvolgimenti istituzionali ed alcuni scompariranno entro il 2030. Nessuno invece sa se e dove ci saranno guerre, di certo l'accaparramento delle (poche) risorse dell'Artico è un pessimo segnale.
Non dimenticando che il clima è sconvolto, il pianeta "bolle" ed è prossima la scomparsa delle api ed il conseguente collasso dell'agricoltura.
Et cetera.
Vie di uscita non ce ne sono. La maggioranza degli umani ha scelto il suicidio.
Lascio queste ultime parole di Duncan, che siano di monito e di condanna per tutti quegli ottimisti maledetti che hanno distrutto ed ucciso e stanno distruggendo ed uccidendo il pianeta ed i suoi abitanti e preparano il terreno per il secolo della morte e della violenza.
Forse è giusto che finisca cosi'...
"La teoria della civilizzazione parte dalla filosofia greca verso il 500 a.C. per giungere a una quantità di rispettabili scienziati del XX secolo. Per esempio, l’applicazione di riferimento di due modelli di simulazione del mondo, negli anni ‘70, indicava l’aspettativa di vita della civiltà in un periodo compreso tra i 100 e i 200 anni. La Teoria di Olduvai viene specificamente definita come il rapporto tra l’energia prodotta a livello mondiale e la popolazione, sempre a livello mondiale. Essa afferma che l’aspettativa di vita della Civiltà Industriale è pari o inferiore a 100 anni: dal 1930 al 2030. La teoria è stata verificata in riferimento ai dati storici del periodo compreso tra il 1920 e il 1999. Sebbene tutte le fonti primarie di energia siano importanti, la Teoria di Olduvai postula che l’elettricità costituisca la quint’essenza della Civiltà Industriale. La produzione energetica pro-capite è cresciuta fortemente dal 1949 al suo picco massimo nel 1979. Quindi, dal 1979 al 1999, per la prima volta nella storia è calata ad un tasso dello 0,33% all’anno (il “pendio” di Olduvai). Secondo lo schema di Olduvai, tra il 2000 e il 2011, la produzione energetica pro-capite mondiale calerà di circa lo 0,70% all’anno (lo “scivolamento”). Verso il 2012 si verificherà una serie di blackout elettrici permanenti a livello globale. Questi blackout, insieme ad altri fattori, faranno cadere la produzione energetica fino a raggiungere, nel 2030, i 3,32 barili di petrolio equivalente pro-capite all’anno, lo stesso valore del 1930. Il tasso di declino nel periodo compreso tra il 2012 e il 2030 è del 5,44% all’anno (il “precipizio” di Olduvai). Così, per definizione, la durata della Civiltà Industriale è inferiore o uguale a cent’anni. Lo “scivolamento” di Olduvai del periodo 2001-2011 può ricordare la “Grande Depressione” del decennio 1929-1939: disoccupati, poveri e senza tetto in coda in attesa di sussidi e assistenza. Per quanto riguarda il “dirupo” di Olduvai tra il 2012 e il 2030, non conosco alcun precedente simile nella storia umana. I governi hanno perso rispettabilità. Le organizzazioni mondiali sono inefficaci. Il neo-tribalismo si fa strada impetuosamente. La popolazione supera i sei miliardi di persone e continua a crescere. Il riscaldamento globale e virus sempre più aggressivi fanno notizia. L’affidabilità delle reti elettriche sta crollando.
E nel momento in cui manca l’energia, si ritorna al Medio Evo.
Nel 1979 conclusi: «Se Dio ha creato la Terra perché gli umani la abitassero, allora l’ha creata perché fosse adatta allo stile di vita dell’Età della Pietra».
La Teoria di Olduvai è plausibile."
The Olduvai Theory,
Richard Duncan
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Tomatogeezer
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